Il Low Back Pain (LBP) — letteralmente “dolore lombare” — è il nome clinico del comune mal di schiena nella zona bassa della colonna vertebrale, cioè tra le ultime costole e l’inizio dei glutei. Prima o poi quasi tutti lo sperimentano: può comparire all’improvviso dopo uno sforzo, dopo un periodo di stress, oppure senza un motivo apparentemente chiaro.
Si tratta della patologia muscolo-scheletrica più comune al mondo, nonché della prima causa di disabilità a livello globale. I dati epidemiologici parlano chiaro: la prevalenza nel corso della vita individuale si aggira tra il 49% e il 90%, e il tasso di ricorrenza a un anno dal primo episodio supera il 30%. Non si tratta quindi di un problema secondario — ha un impatto reale sulla qualità della vita, sulla capacità lavorativa e sul benessere psicologico di chi ne soffre.
La buona notizia è che nella grande maggioranza dei casi non è legato a una causa grave, e con il giusto approccio terapeutico è possibile migliorare in modo significativo.
2. Acuto, cronico o ricorrente: cosa significa?
Una delle prime distinzioni utili riguarda la durata dei sintomi:
Acuto — dolore presente da meno di 6 settimane
Subacuto — tra 6 e 12 settimane
Cronico — oltre le 12 settimane
Ricorrente — episodi che si ripresentano nel tempo, ciascuno della durata inferiore alle 12 settimane
Questa classificazione è utile come punto di partenza, ma non racconta tutto. Due persone con “mal di schiena cronico” possono trovarsi in situazioni completamente diverse: una può stare migliorando gradualmente, un’altra può aver sviluppato paura del movimento, un’altra ancora può avere un dolore legato a sovraccarico continuato nel tempo.
Per questo oggi si dà sempre più importanza non solo alla durata, ma anche ai meccanismi del dolore e ai fattori che lo mantengono nel tempo.
3. Specifico o aspecifico: qual è la differenza?
Un’altra distinzione fondamentale è quella tra LBP specifico e aspecifico.
Low Back Pain specifico — esiste una causa precisa e identificabile. Può essere legato, ad esempio, a:
compressione o irritazione di una radice nervosa (con dolore che scende lungo la gamba, la cosiddetta sciatica)
stenosi spinale (restringimento del canale vertebrale)
fratture vertebrali
condizioni più rare come infezioni o patologie oncologiche
In questi casi la gestione deve essere attenta e coordinata, con valutazioni mediche approfondite quando necessario.
Low Back Pain aspecifico — è la forma di gran lunga più frequente. Significa che non c’è una singola causa chiara e dimostrabile con esami strumentali come radiografie o risonanza magnetica. Attenzione però: “aspecifico” non vuol dire che il dolore non sia reale o che sia immaginario. Significa semplicemente che il mal di schiena può dipendere da tanti elementi insieme, e che non sempre un esame riesce a individuare un’unica struttura “responsabile”.
Questo è uno dei motivi per cui referti come “protrusione discale” o “artrosi” non spiegano automaticamente il dolore: molte persone con le stesse alterazioni all’imaging non hanno alcun sintomo.
4. Perché il mal di schiena a volte non passa?
Una domanda frequentissima: “Perché mi fa ancora male dopo mesi, se non ho fatto nulla di grave?”
La risposta è che il dolore lombare persistente spesso non dipende soltanto da un muscolo contratto o una vertebra “fuori posto”. Oggi sappiamo che la lombalgia è influenzata da un insieme di fattori che vanno ben oltre la colonna vertebrale:
stress e tensione emotiva — il sistema nervoso amplifica la percezione del dolore in condizioni di sovraccarico psicologico
scarsa qualità del sonno — il riposo insufficiente abbassa la soglia del dolore
paura del movimento — chi teme di peggiorare tende a muoversi meno, e questo alimenta rigidità, perdita di forza e ulteriore sensibilità
sedentarietà o sovraccarico improvviso — entrambi gli estremi possono mantenere il dolore
lavoro fisicamente pesante o posture prolungate
Il dolore, in altre parole, non è un semplice segnale meccanico: è un’esperienza complessa in cui il corpo diventa progressivamente più sensibile se certi fattori si sommano nel tempo. Capire questo è già il primo passo per uscire dal circolo.
5. Come si valuta davvero il mal di schiena?
La valutazione fisioterapica non consiste solo nel “guardare la schiena” o nel cercare il “punto che fa male”. L’obiettivo è capire la persona nel suo insieme: come si è presentato il dolore, come si comporta, cosa lo peggiora e cosa lo migliora, quanto limita le attività quotidiane.
La prima fase è sempre un’accurata raccolta di informazioni:
quando è iniziato il dolore e se c’è un evento scatenante
se il dolore rimane nella schiena o scende verso la gamba
se ci sono sintomi notturni o a riposo
quali movimenti lo modificano
Si passa poi ai test fisici, che permettono di valutare la mobilità della colonna, la presenza di rigidità o deficit di controllo motorio, eventuali segnali di coinvolgimento nervoso e la direzione di movimento che meglio tollerata dal paziente.
Un elemento importante: esistono alcuni segnali d’allarme (red flags) che richiedono una valutazione medica urgente e vanno sempre esclusi:
dolore notturno che non cambia con la posizione
perdita di forza agli arti inferiori o disturbi del controllo degli sfinteri
febbre associata al dolore
storia di neoplasia o traumi significativi
dolore ingravescente che non risponde a nessuna strategia
In assenza di questi segnali, il percorso fisioterapico può partire con buone basi.
6. Cosa dice la scienza sul trattamento?
Le linee guida internazionali più aggiornate — tra cui le Linee Guida NICE — concordano su alcuni principi fondamentali.
Rimanere attivi — uno degli errori più comuni è fermarsi completamente. Un riposo prolungato non accelera la guarigione: i muscoli perdono forza, il corpo si irrigidisce, la sensibilità al dolore aumenta e cresce la paura del movimento. “Restare attivi” non significa ignorare il dolore o forzare, ma trovare il livello giusto di movimento per ripartire gradualmente.
Esercizio terapeutico personalizzato — è uno degli strumenti più efficaci in assoluto. Non esiste “l’esercizio perfetto” valido per tutti, ma un programma costruito sulla persona e sulla sua condizione può ridurre il dolore, aumentare la tolleranza al carico, migliorare la mobilità e aiutare a tornare alle attività senza paura.
Terapia manuale — mobilizzazioni e manipolazioni della colonna lombare e toracica, in combinazione con l’esercizio, hanno una buona evidenza scientifica soprattutto nelle fasi acute e subacute.
Educazione al paziente — capire cosa sta succedendo nella propria schiena spesso riduce ansia e preoccupazione in modo significativo. Molte persone pensano: “Se mi fa male mi sto rovinando”, ma nella maggior parte dei casi non è così. Il dolore è un segnale importante, ma non sempre equivale a danno strutturale.
Cosa non è raccomandato — riposo a letto prolungato, uso cronico di farmaci antidolorifici (che favoriscono la cronicizzazione), esami strumentali precoci in assenza di red flags (ovvero situazioni gravi di competenza medica), e approcci passivi che non coinvolgono il paziente nel proprio percorso di recupero.
7. Il ruolo dei fattori psicologici e sociali
Quando si parla di stress, paura del movimento o ansia nel contesto del mal di schiena, molte persone reagiscono con diffidenza: “Quindi è tutto psicologico?”
No. Questi fattori non rendono il dolore immaginario, ma possono influenzare quanto il sistema nervoso diventa sensibile e quanto facilmente il dolore si mantiene nel tempo. È un meccanismo biologico, non una questione di “carattere” o di volontà.
Per esempio: chi ha avuto un episodio molto intenso può iniziare a muoversi meno per paura di peggiorare. Questo porta a rigidità, perdita di forza e ulteriore sensibilità — creando un circolo che si autoalimenta. Per questo un approccio moderno al mal di schiena non guarda solo la colonna, ma considera anche la qualità del sonno, il livello di stress, le abitudini di vita e gli obiettivi della persona.
Hai mal di schiena che non passa o che si ripresenta spesso? Contattami per una valutazione: capire il tuo dolore è il primo passo per affrontarlo nel modo giusto.
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La cefalea — comunemente chiamata mal di testa — è uno dei disturbi più diffusi al mondo: si stima che colpisca circa il 47% della popolazione in almeno una delle sue forme. Nonostante sia spesso sottovalutata o gestita in autonomia con farmaci da banco, può avere un impatto significativo sulla qualità della vita, sul lavoro e sulle relazioni sociali.
Non esiste un’unica cefalea: si tratta di un gruppo eterogeneo di condizioni che la Società Internazionale delle Cefalee (IHS) ha classificato in tre grandi categorie — primarie, secondarie e nevralgie. Capire a quale tipo appartiene il proprio mal di testa è il primo passo per trattarlo correttamente.
2. Cefalee primarie vs. cefalee secondarie: la distinzione fondamentale
Le cefalee primarie sono quelle in cui il mal di testa è il problema principale, non il sintomo di qualcos’altro. Rientrano in questa categoria la cefalea di tipo tensivo, l’emicrania e la cefalea a grappolo. In questi casi il sistema nervoso del paziente risulta più sensibile agli stimoli dolorosi e meno capace di adattarsi.
Le cefalee secondarie, invece, hanno una causa identificabile: un trauma, una patologia sistemica, o — ed è qui che entra in gioco la fisioterapia — una disfunzione del rachide cervicale (la colonna del collo). La cefalea cervicogenica è il tipo più rappresentativo di questa categoria.
Questa distinzione non è solo accademica: cambia completamente l’approccio terapeutico.
3. Cefalea tensiva: la più comune
La cefalea di tipo tensivo — in inglese Tension Type Headache — è il tipo di mal di testa più frequente in assoluto, con una prevalenza stimata intorno al 40% della popolazione generale in Europa.
Il paziente tipico descrive un dolore bilaterale, con sensazione di pressione o morsa attorno alla testa, di intensità da lieve a moderata, che non peggiora con il movimento e non si accompagna a nausea, vomito o intolleranza alla luce. La durata può variare da 30 minuti a diversi giorni.
Si distinguono tre forme in base alla frequenza degli episodi:
Episodica infrequente (meno di 12 giorni all’anno): la forma che quasi tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita, con impatto minimo sulla salute.
Episodica frequente (tra 12 e 180 giorni all’anno): richiede spesso un approccio terapeutico strutturato.
Cronica (più di 180 giorni all’anno): forma seria, con impatto rilevante su sonno, energia e salute emotiva. Due terzi dei pazienti riferiscono mal di testa per 25 o più giorni al mese.
Un elemento da non sottovalutare: la cronicizzazione della cefalea tensiva è favorita dall’abuso di farmaci antidolorifici. Paradossalmente, l’uso eccessivo e prolungato di analgesici può generare una forma di cefalea da rimbalzo che alimenta il circolo vizioso del dolore.
4. Emicrania: non è “solo” un mal di testa forte
L’emicrania è spesso confusa con una semplice cefalea intensa. In realtà è un disturbo neurologico con caratteristiche ben precise: dolore tipicamente unilaterale, pulsante, di intensità da moderata a severa, che peggiora con l’attività fisica e si accompagna frequentemente a nausea, vomito, intolleranza alla luce (fotofobia) e ai suoni (fonofobia). La durata degli attacchi varia dalle 4 alle 72 ore.
In alcuni casi l’attacco è preceduto dall’aura: un insieme di sintomi neurologici reversibili — disturbi visivi, formicolii, difficoltà nel linguaggio — che compaiono prima del dolore.
L’emicrania è il secondo disturbo neurologico più diffuso dopo la cefalea tensiva, con una prevalenza del 15% nella popolazione generale, e rappresenta la principale causa di disabilità nelle persone sotto i 50 anni a livello mondiale. Colpisce le donne con una frequenza tre volte superiore rispetto agli uomini, con un picco di prevalenza tra i 35 e i 39 anni.
Dal punto di vista fisiopatologico, il meccanismo centrale è l’attivazione del sistema trigemino-vascolare: una rete di connessioni tra il nervo trigemino e i vasi sanguigni cranici che, una volta sensibilizzata, genera e amplifica il segnale doloroso. Anche le strutture cervicali — attraverso la convergenza con il nucleo trigeminale — possono contribuire all’insorgenza e al mantenimento degli attacchi emicranici.
5. Cefalea cervicogenica: quando il mal di testa viene dal collo
La cefalea cervicogenica è una cefalea secondaria, ovvero con una causa strutturale identificabile: il dolore origina dal rachide cervicale — articolazioni, dischi, muscoli e tessuti molli del collo — e viene riferito alla testa tramite il nucleo trigemino-cervicale, un’area del sistema nervoso in cui convergono le afferenze dal nervo trigemino e quelle provenienti dai segmenti cervicali superiori (C1-C3).
Rappresenta circa il 20% di tutte le cefalee benigne ed è più frequente nelle donne (rapporto 4:1).
Il profilo clinico tipico è abbastanza caratteristico: dolore unilaterale che non cambia lato, con un’insorgenza dal collo o dalla zona sub-occipitale (la nuca) che si propaga in avanti verso l’occhio o la tempia. Il dolore non è pulsante — questo lo distingue dall’emicrania — e peggiora con certi movimenti del collo o con posture prolungate.
Attenzione però: la cefalea cervicogenica può coesistere con forme primarie e la diagnosi differenziale richiede una valutazione clinica accurata. Uno degli strumenti più affidabili a disposizione del fisioterapista è il Cervical Flexion Rotation Test (CFRT), che ha mostrato un’ottima accuratezza diagnostica (sensibilità 90%, specificità 88%).
6. Quando la cefalea diventa un segnale d’allarme
La grande maggioranza delle cefalee è benigna. Esistono tuttavia alcune caratteristiche che devono spingere a una valutazione medica urgente:
Mal di testa improvviso e violento, descritto come “il peggiore della propria vita” (thunderclap headache);
Cefalea progressivamente ingravescente nelle ultime settimane;
Mal di testa associato a febbre, rigidità del collo, confusione o alterazione della coscienza;
Deficit neurologici nuovi (difficoltà nel parlare, visione doppia, debolezza agli arti);
Peggioramento con manovra di Valsalva o con lo sforzo fisico;
Esordio in pazienti con storia di neoplasia, immunodepressione o HIV;
Esordio improvviso in pazienti sotto i 5 o sopra i 50 anni.
In questi casi è necessario escludere cause secondarie serie prima di avviare qualsiasi percorso riabilitativo.
7. Quando può aiutare la fisioterapia?
La fisioterapia ha un ruolo riconosciuto dalla letteratura scientifica nel trattamento di alcuni tipi di cefalea — in particolare la cefalea cervicogenica e la cefalea tensiva cronica — e come approccio complementare nell’emicrania.
Gli strumenti a disposizione del fisioterapista comprendono:
Terapia manuale — tecniche di mobilizzazione e manipolazione del rachide cervicale e toracico, con evidenze solide soprattutto nella cefalea cervicogenica. Il trattamento combinato di mobilizzazioni, manipolazioni ed esercizi di rinforzo dei muscoli cervico-scapolari è quello con i risultati più efficaci in letteratura.
Esercizio terapeutico — programmi di rinforzo dei muscoli profondi del collo (flessori cervicali profondi) e di stabilizzazione posturale. Nella cefalea cervicogenica, l’esercizio ha mostrato una riduzione dei sintomi superiore rispetto alle sole tecniche passive.
Trattamento dei trigger point miofasciali — spesso presenti nei muscoli suboccipitali, nello sternocleidomastoideo e nel trapezio superiore. Il loro trattamento riduce dolore e disabilità in modo misurabile.
Educazione al paziente — capire come funziona il proprio mal di testa, riconoscere i fattori scatenanti, gestire lo stress e modificare abitudini posturali riduce la frequenza e l’intensità degli episodi nel lungo termine.
La fisioterapia non sostituisce il percorso medico: la valutazione neurologica rimane fondamentale, soprattutto in caso di cefalea di nuova insorgenza. Il lavoro più efficace è sempre quello multidisciplinare.
Soffri di mal di testa ricorrente e vuoi capire da dove viene? Contattami per una valutazione: una diagnosi accurata è il primo passo per uscire dal circolo del dolore.
Bibliografia
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La frozen shoulder, o spalla congelata, è una patologia muscolo-scheletrica che colpisce la capsula articolare della spalla — ovvero il “rivestimento” dell’articolazione gleno-omerale (il giunto che mette in comunicazione l’omero con la scapola). In seguito a un processo infiammatorio prolungato, la capsula si ispessisce, perde elasticità e sviluppa aderenze fibrose, determinando una progressiva e significativa riduzione di movimento sia attivo (quello che esegue il paziente autonomamente) che passivo (quello che esegue il fisioterapista con il paziente rilassato).
È importante sottolineare che questa condizione non è semplicemente una spalla dolorosa: si tratta di una patologia ben definita, che si distingue dall’artrosi, dalle tendinopatie della cuffia dei rotatori, dalle calcificazioni e dagli esiti di frattura. La caratteristica che la differenzia da tutti questi quadri clinici è la limitazione combinata di movimento attivo e passivo, in assenza di anomalie evidenti alle indagini strumentali standard.
Esistono due forme principali:
Primaria (idiopatica): insorge senza una causa apparente. È la forma più comune ed è spesso associata a condizioni metaboliche come diabete mellito e disfunzioni tiroidee.
Secondaria: si sviluppa in seguito a un trauma, un intervento chirurgico, un periodo di immobilizzazione prolungata o altre patologie della spalla.
2. Chi colpisce e quanto è frequente?
La frozen shoulder interessa circa il 2-5% della popolazione generale, con un picco di incidenza nella fascia d’età tra i 40 e i 65 anni e un’età media di esordio intorno ai 55 anni. Non vi è una differenza clinicamente rilevante tra uomini e donne, anche se alcuni studi riportano una lieve prevalenza femminile.
Tra i soggetti più a rischio troviamo chi soffre di:
Diabete mellito (il fattore di rischio metabolico più documentato, con una prevalenza fino al 38% nei diabetici);
Malattie della tiroide (sia ipotiroidismo che ipertiroidismo);
Elevato indice di massa corporea (BMI), fumo e sedentarietà prolungata;
Malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide.
La presenza di tre o più di questi fattori contemporaneamente costituisce un indicatore prognostico negativo: il percorso di guarigione tende ad essere più lungo e meno prevedibile.
3. Come si manifesta: i sintomi
I sintomi si sviluppano in modo graduale e seguono un decorso clinico suddivisibile in due fasi principali:
Fase pain predominant (“congelamento”): dura mediamente dai 6 settimane ai 9 mesi dall’esordio. Il dolore è il sintomo dominante — spesso intenso, profondo, localizzato sulla parte anteriore e antero-laterale della spalla — ed è presente anche a riposo e di notte, rendendo il sonno difficoltoso. Iniziano le prime limitazioni di movimento.
Fase stiff predominant (“spalla congelata”): può durare dai 4 mesi fino a 24-30 mesi. Il dolore può attenuarsi parzialmente, ma la rigidità articolare raggiunge il suo massimo, con una disabilità funzionale importante. In questa fase il paziente fatica a compiere gesti quotidiani come alzare il braccio, infilare la giacca, allacciare il reggiseno o portare la mano dietro la schiena.
Dal punto di vista clinico, il primo movimento a essere compromesso è la rotazione esterna (il movimento di apertura esterna dell’avambraccio rispetto al corpo), seguito poi dall’elevazione, dall’abduzione e dalla rotazione interna. Questo schema di perdita di movimento è uno degli elementi che aiuta il clinico a distinguere la frozen shoulder da altre patologie di spalla.
4. La diagnosi: come si riconosce?
L’esordio della frozen shoulder è subdolo. Nelle fasi iniziali può essere facilmente confusa con altre patologie più comuni — tendinopatie calcifiche, tendinosi del capo lungo del bicipite, patologie degenerative della cuffia dei rotatori — poiché tutte condividono la presenza di dolore, anche notturno, e riduzione di forza. Questo porta spesso a una diagnosi tardiva, quando la rigidità è già conclamata.
Un corretto iter diagnostico prevede:
Anamnesi e visita clinica: raccolta accurata della storia del paziente e valutazione della mobilità sia attiva che passiva, includendo anche collo e altre articolazioni per escludere cause cervicali o neurologiche dei sintomi.
Criteri clinici orientativi: comparsa graduale di dolore anteriore e antero-laterale alla spalla, in assenza di trauma, associato a dolore notturno e perdita precoce di rotazione esterna. Un dolore che persiste oltre le 6-8 settimane senza risposta alle terapie antinfiammatorie standard deve far sospettare un quadro di frozen shoulder.
Esami strumentali (se indicati):
Radiografia: normalmente nella norma; serve principalmente a escludere artrosi, calcificazioni o fratture.
Risonanza Magnetica: utile per distinguere la frozen shoulder da lesioni della cuffia dei rotatori o da altre patologie strutturali.
5. Il trattamento: cosa funziona davvero?
Il trattamento della frozen shoulder è nella grande maggioranza dei casi conservativo e richiede un approccio multidisciplinare: il paziente, il fisioterapista e il medico specialista ortopedico devono lavorare in stretta collaborazione.
Fase pain predominant: In questa fase l’obiettivo primario è il controllo del dolore. Le infiltrazioni di corticosteroidi eseguite dal medico specialista hanno una buona evidenza scientifica nel ridurre il dolore e migliorare la funzione a breve termine. La fisioterapia in questa fase è calibrata per non alimentare l’infiammazione, con un approccio rispettoso dei sintomi.
Fase stiff predominant: Qui il fisioterapista diventa il protagonista. Il recupero della mobilità avviene attraverso tecniche di terapia manuale specifiche e un programma di esercizio terapeutico su misura. La letteratura scientifica è chiara: l’esercizio terapeutico è efficace nel migliorare range of movement, funzione e dolore nella frozen shoulder.
Gli esercizi più utilizzati includono:
Stretching assistito con l’ausilio di un bastone o dell’arto controlaterale;
Mobilizzazioni passive per mantenere la salute articolare e ridurre la formazione di nuove aderenze;
Esercizi di rinforzo muscolare progressivi, man mano che la mobilità si recupera.
Nei casi refrattari: Quando la patologia non risponde al trattamento conservativo dopo 12 mesi, è possibile valutare con il medico specialista opzioni più invasive come la distensione idraulica (iniezione di soluzione salina e cortisonico per espandere la capsula) o, nei casi selezionati più gravi, la chirurgia artroscopica per rimuovere le aderenze capsulari.
6. Un aspetto fondamentale: il lato psicosociale
La frozen shoulder è una patologia a decorso lungo — la prognosi può richiedere dai 12 ai 18 mesi di percorso terapeutico. In questo arco di tempo è normale che il paziente sperimenti senso di frustrazione, ansia e preoccupazione per la propria condizione.
Contrariamente a quanto si credeva in passato, la spalla congelata non è sempre autolimitante: in una percentuale significativa di pazienti può lasciare esiti anche a distanza di anni, soprattutto se non gestita correttamente. Per questo motivo il ruolo educativo del fisioterapista — spiegare la patologia, le sue fasi e le aspettative realistiche di recupero — è parte integrante del trattamento, non un’aggiunta opzionale.
Guarire è possibile, e i risultati con un trattamento appropriato e costante sono quasi sempre positivi. Ma tempo, continuità e fiducia nel percorso terapeutico sono elementi che fanno la differenza.
Hai dolore alla spalla da settimane e fai fatica a muovere il braccio? Contattami per una valutazione: capiremo insieme di cosa si tratta e qual è il percorso più adatto a te.
1. Cos’è e come avviene una distorsione di caviglia?
La “storta” (tecnicamente distorsione di caviglia) è uno dei traumi muscoloscheletrici più comuni. Avviene quando l’articolazione viene forzata oltre il suo normale range di movimento.
Si divide in due grandi categorie: In inversione (la più comune): la pianta del piede ruota verso l’interno. Coinvolge le strutture laterali (esterne) della caviglia. Il legamento più frequentemente lesionato è il peroneo-astragalico anteriore. In eversione (più rara): la pianta del piede ruota verso l’esterno, coinvolgendo le strutture mediali (interne).
a sinistra movimento in inversione mentre a destra in eversione
Il trauma può essere estrinseco (es. un contrasto a calcio) o intrinseco (es. un appoggio falso scendendo le scale o correndo da soli).
2. I sintomi: come si manifesta?
Subito dopo il trauma, i segnali clinici più evidenti sono: Dolore: localizzato sui legamenti lesionati, spesso aumenta quando si prova a camminare o a caricare peso sul piede. Gonfiore (Edema): si forma rapidamente nella zona esterna o interna della caviglia, a seconda del tipo di trauma. Ecchimosi (Livido): causato dal sanguinamento dei tessuti e dei legamenti lesionati.
3. Gonfiore da storta: quando preoccuparsi? (Il rischio frattura)
La paura più grande di ogni paziente è: “Mi sarò rotto qualcosa?”.
In clinica, prima di inviare sistematicamente il paziente a fare una radiografia, il fisioterapista specializzato o il medico utilizzano test specifici di palpazione chiamati Regole di Ottawa (Ottawa Ankle Rules). Questo permette di escludere con altissima probabilità la presenza di fratture. Solo se questi test risultano positivi, o nei casi dubbi, si procede con Raggi X o TAC. Tutte le altre patologie vascolari o sistemiche (es. trombosi) non vanno prese in considerazione se il gonfiore è chiaramente di origine traumatica.
4. Cosa fare nei primissimi giorni (e i falsi miti da sfatare)
L’obiettivo iniziale è gestire i sintomi per poter iniziare a muovere la caviglia il prima possibile.
Ghiaccio e pomate (I falsi miti): Il ghiaccio può dare un sollievo momentaneo dal dolore, ma non sgonfia la caviglia e non accelera la guarigione tissutale. Anche pomate e impacchi hanno un’utilità clinica pressoché nulla sui tempi di recupero. Le vere strategie utili: Applicare un bendaggio compressivo, tenere il piede in scarico (sollevato) per drenare i liquidi, limitare il carico usando le stampelle (solo se necessario) e iniziare a muovere delicatamente l’articolazione per favorire il riassorbimento dell’edema.
5. Il vero “rimedio naturale”: l’Esercizio Terapeutico
La distorsione non si cura stando fermi. Passata la fase acuta, il recupero passa obbligatoriamente attraverso un percorso di riabilitazione attiva. L’esercizio terapeutico serve a:
Recuperare il movimento (ROM): in particolare la flessione dorsale (il movimento di portare la punta del piede verso l’alto), fondamentale per camminare, fare le scale e correre in modo corretto. Rinforzare la muscolatura: i muscoli del polpaccio, il tibiale anteriore e i peronei devono essere riallenati per stabilizzare la caviglia e prevenire future “storte” (recidive).
6. Attenzione alle complicanze
Se trascurata, una distorsione può nascondere lesioni più fastidiose che allungano i tempi di recupero, come la lesione dei tendini peronei o un interessamento della sindesmosi tibio-peroneale (un’importante struttura legamentosa della caviglia). Per questo motivo, il fai-da-te è sconsigliato ed è fondamentale farsi valutare da un professionista.
Hai avuto un trauma alla caviglia? Contattami per una valutazione: capiremo insieme qual è il percorso riabilitativo migliore per te.
A partire da lunedi 27 gennaio sarò operativo in Via Molino, 43 a San Silvestro di Curtatone.
Un cambio di ambiente per migliorare la mia proposta fisioterapica basandomi su terapia manuale ed esercizio terapeutico che secondo le evidenze scientifiche sono, ad oggi, i migliori trattamenti per le problematiche muscoloscheletriche (qui puoi capire meglio quello che io propongo)
Colgo l’occasione per ringraziare mia moglie Maddalena, tutti gli amici, i miei genitori, mia sorella Marta e i miei cognati Leonardo ed Alberto per tutto l’aiuto e il supporto di questi mesi.
Inoltre ringrazio gli artigiani/imprese che, nonostante il poco preavviso, hanno lavorato duramente presso lo studio:
Emanuele Mossini Impianti Elettrici
Gabriele Bombana Tinteggiatura
Termoidraulica srl
Clean & Clean Impresa di pulizie
Per vedere tutte le novità, TI aspetto all’inaugarazione che avverrà sabato 8 febbraio dalle ore 17:00
La lesione muscolare è molto frequente, in particolare nella popolazione sportiva. Nonostante la loro elevata incidenza però i progressi nei criteri diagnostici – clinici e di imaging, le loro strategie di gestione e di riabilitazione sono ancora dibattute in letteratura.
Lesione muscolare: cause
Le lesioni muscolari solitamente si determinano o a causa di un movimento di una parte del corpo tale da indurre un trauma, che chiameremo trauma “indiretto”, oppure come conseguenza di un colpo incidente su un tessuto muscolare, trauma “diretto”.
La sede in cui si localizza la lesione può variare a seconda della tipologia di trauma che la provoca: si localizza nel sito dell’impatto quando il trauma al muscolo è diretto, viceversa, nel trauma indiretto, è solita presentarsi nel passaggio tra tendine e muscolo o all’estremità del ventre muscolare.
Classificazione
Uno dei sistemi che gode di maggiore consenso in letteratura scientifica è la cosidetta “Classificazione di Monaco”, ovvero di un sistema ampiamente condiviso dalla comunità scientifica che utilizza una nuova terminologia e classificazione delle lesioni muscolari nell’ambito sportivo. Tale classificazione è stata adottata e pubblicata successivamente all’approvazione di diversi esperti internazionali, del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e dell’Unione delle Associazioni Calcistiche Europee (UEFA), con il fine di stabilire una definizione condivisa e uniforme tra gli operatori sanitari internazionali.
Secondo la Classificazione di Monaco le lesioni conseguenti a un trauma diretto, sono:
la contusione, che consiste in un colpo diretto provocato da un avversario sportivo o da uno strumento correlato allo sport;
la lacerazione che deriva da un impatto contro una corpo tagliente (6).
Le lacerazioni non sono ulteriormente classificate, a differenza delle contusioni che possono invece essere suddivise in lievi, moderate e gravi, dipendentemente della disabilità funzionale che producono.
Le lesioni muscolari indirette, come si è detto, non sono causate da alcun tipo di impatto. Possono essere generate da una singola contrazione o dall’effetto cumulativo di più contrazioni. La contrazione eccentrica è una delle principali cause di tale tipologia di lesione, quale conseguenza delle maggiori forze prodotte rispetto all’attività isometrica o concentrica.
Le lesioni muscolari indirette si suddividono in quattro tipologie, sulla base di quanto evidenzia l’esame strumentale con risonanza magnetica:
I tipi 1 (classificate come 1a e 1b) e 2 (classificate come 2a e 2b), chiamate lesioni di tipo “funzionale” o “non strutturali”, sono le più comuni e determinano oltre il 50% delle interruzioni dell’attività sportiva e dell’allenamento, provocano un’alterazione funzionale senza evidente danno strutturale. Se trascurate e non trattate adeguatamente possono però degenerare in uno stadio più grave. Le lesioni non strutturali possono essere causate da eccessiva fatica e da movimenti insoliti ai quali non si è abituati . I cambiamenti nei protocolli di allenamento o le variazioni delle superfici sulle quali si pratica uno sport e l’intensità con il quale viene svolto, possono facilitare l’insorgenza delle condizioni che causano la lesione. Spesso possono derivare da contrazioni eccentriche eccessive e prolungate nel tempo .
La lesione di tipo 2A è principalmente associata ad alterazioni spinali, spesso mal diagnosticate, come ad esempio i disturbi intervertebrali minori che irritano il nervo spinale, alterando il controllo del tono muscolare. La lesione di tipo 2B deriva da un disordine del sistema neuro-muscolo-scheletrico. Uno squilibrio dei meccanismi neuromuscolari può compromettere il controllo del tono e indurre disturbi. Ciò si verifica quando il sistema di inibizione dei muscoli agonisti si vede alterato (diminuito) e il muscolo agonista viene contratto eccessivamente al fine di compensare.
I tipi 3 e 4 rappresentano invece lesioni strutturali che possono essere classificate come lievi (tipo 3a), moderate (Tipo 3b) o complete (Tipo 4). Queste sono meno comuni rispetto a quelle funzionali e (sempre secondo la classificazione di Monaco) vengono suddivise in tre sottogruppi, in base all’entità della lesione. Una lesione di tipo 3A è una lesione parziale minore; una lesione di tipo 3B è una lesione parziale moderata; una lesione di tipo 4 è una lesione sub-totale che interessa il muscolo nella sua totalità o per una parte comunque superiore al 50%.
Lesione muscolare: sintomi
I segni e i sintomi che possono presentarsi a seguito di una lesione muscolare sono variabili e dipendono dell’entità della lesione medesima ma anche da altri numerosi fattori che possono agire nella capacità percettiva della persona interessata.
Nella lesione contusiva solitamente l’insorgenza del dolore è immediata, il colpo è diretto e i sintomi aumentano in misura correlata alle dimensioni e all’entità dell’ematoma. Il range di movimento attivo si riduce e al paziente è normalmente impedito di continuare a svolgere l’attività fisica, l’allenamento o la competizione nella quale è impegnato. Nelle lesioni non strutturali i pazienti lamentano indolenzimento, pesantezza e rigidità muscolare che di solito aumentano con l’esercizio e spesso sono presenti anche a riposo.
Alla palpazione è possibile che il paziente riferisca sensibilità e dolore di alcuni fasci del muscolo.
Nel dolore muscolare a insorgenza ritardata (DOMS), il Tipo 1B, il dolore di solito si manifesta a riposo, alcune ore dopo l’attività sportiva. L’intero muscolo risulta rigido e sensibile alla palpazione. Negli infortuni di tipo 2B è presente un aumento del tono muscolare e i pazienti frequentemente riferiscono crampi. A volte, questi ripetuti disturbi neuromuscolari legati alla fatica, possono indicare patologie muscolari subcliniche, che emergono in seguito a protocolli di allenamento a carico intenso.
Una lesione parziale minore (Tipo 3A) è caratterizzata invece da un dolore acuto, provocato da un movimento specifico. Il sintomo è ben localizzato, facile da apprezzare alla palpazione e, alle volte, preceduto da una sensazione di scatto. Alla palpazione non è possibile rilevare il difetto strutturale in quanto troppo piccolo e la contrazione, contro la resistenza manuale, risulta dolorosa. Anche in una lesione parziale moderata (Tipo 3B) il dolore acuto si produce attraverso un movimento specifico e risulta ben localizzato. A questi sintomi si associa la disabilità funzionale, che talvolta impedisce all’atleta di eseguire alcuni gesti o movimenti. In taluni casi, durante la palpazione, più frequentamente dopo qualche ora dall’infortunio, è possibile apprezzare il difetto strutturale, con possibile evidenza di ematoma. In questi casi l‘allungamento delle fibre muscolari risulta provocare un dolore acuto e la contrazione contro resistenza è solitamente impossibile.
Rotture subtotali / totali o avulsioni tendinee (Tipo 4) si presentano con dolore sordo e opprimente esacerbato da un movimento specifico; lo scatto e la disabilità funzionale compaiono immediatamente. L’interruzione delle fibre muscolari spesso può essere palpata e si sviluppa precocemente un ematoma. La funzione dell’unità muscolo tendinea lesionata è totalmente persa e spesso si vede necessario il trattamento chirurgico.
Di seguito un elenco dei sintomi più frequenti della lesione muscolare:
insorgenza improvvisa di dolore
dolore
range di movimento limitato
alterazioni cutanee come lividi e/o ematomi
gonfiore
sensazione sgradevole descritta come “annodatura” nei pressi del muscolo lesionato
spasmi muscolari
rigidità
debolezza
perdita funzionale della struttura
Lesione muscolare: diagnosi
La diagnosi di lesione muscolare si basa principalmente sull’anamnesi e sull’esame clinico del paziente.
Tra le tecniche di imaging utilizzabili per la diagnosi della lesione muscolare, quella dell’ecografia è la più economica e rapida da eseguire, consente la stadiazione di quasi tutte le lesioni muscolari, la valutazione della loro evoluzione e delle loro eventuali complicanze.
La risonanza magnetica è richiesta solo in pochi casi, in quanto l’ecografia non consente di valutare i tessuti più profondi e presenta una sensibilità bassa per le lesioni di piccola entità. La sensibilità (capacità del test di identificare i soggetti che presentano una patologia) dell’ecografia per le lesioni non strutturali è infatti del 77% a fronte del 93% per quelle strutturali. Ciò dipende, ragionevolmente, dal fatto che, nel trauma di minore entità, la capacità diagnostica dell’ecografia sia ridotta a causa della scarsa presenza di segni clinici all’interno della fibra muscolare.
La risonanza magnetica è uno strumento diagnostico di maggiore precisione rispetto all’ecografo. Questa consente di rilevare anche cambiamenti minimi, con una sensibilità del 92% per le lesioni non strutturali. Per la sua capacità panoramica, consente una valutazione dei muscoli più profondi, difficili da analizzare attraverso l’ecografia.
In conclusione, l’ecografia è l’approccio di diagnosi per immagine più economico, rapido da eseguire, di semplice esecuzione. Tuttavia, a causa della sua moderata sensibilità e limitata funzionalità, deve essere sostituito o combinato alla risonanza magnetica nei casi in cui sia necessario, quali: fornire una prognosi per lesioni non strutturali; escludere un infortunio strutturale in pazienti nei quali anamnesi clinica ed ecografia sono discordanti; valutare muscoli profondi e quindi difficili da esaminare con l’ecografia; quando si sospetta un coinvolgimento tendineo o avulsioni osso-tendinee nelle lesioni muscolari subtotali o complete.
Lesione Muscolare: trattamento
La maggior parte dei traumi muscolari risponde bene al trattamento fisioterapico, che deve comunque essere adeguato alla fase dell’infortunio.
Trattamento nella fase acuta
La letteratura indica, nel periodo immediatamente seguente all’infortunio e nei i successivi 2-3 giorni, l’utilizzo della terapia locale con il ghiaccio in combinazione con un esercizio fisico moderato (esercizi di mobilità o stretching). Nel caso di gravi lesioni possono essere indicati ausili utili alla protezione della zona infortunata come, nel caso di una lesione di grande entità ad un muscolo dell’arto inferiore, le stampelle. Il protocollo PRICE (Protection Rest Ice Compression Elevation) negli ultimi anni è stato molto utilizzato nelle fasi iniziali, una volta accertata la lesione. Attualmente però la comunità scientifica concorda nell’attuazione del protocollo “POLICE” (Protection Optimal Load Ice Compression Elevation) (13). Il carico ottimale, in alternativa al riposo, è la variante che rende questo approccio più efficace nella tipologia di lesione in esame. Infatti la letteratura è concorde nell’affermare che un programma riabilitativo debba preferire al riposo un’attività equilibrata e di intensità progressiva, introducendo gradualmente stress meccanici controllati, diversi a seconda della sede interessata, oltre a prestazioni atletiche che coinvolgano i muscoli interessati. Nella fase acuta il muscolo infortunato deve essere protetto da carichi/lavori eccessivi che potrebbero compromettere, o rallentare, il processo di guarigione. Il ghiaccio, o la crioterapia in genere, viene utilizzato per il suo effetto a livello vascolare e di riduzione del dolore, nota la sua capacità di agire su determinati recettori che incide nel migliormento a breve termine della sintomatologia del paziente. La compressione limita la diffusione dell’edema da stravaso di liquidi dai vasi lesi all’interno del sito della lesione. Il sollevamento dell’area colpita, invece, riduce la pressione locale e il sanguinamento, favorisce il drenaggio dell’essudato infiammatorio, attraverso il sistema linfatico e riduce l’edema e le relative complicanze.
In questa e nel resto delle fasi che compongono la riabilitazione della lesione muscolare, la terapia manuale, l’educazione al dolore basata sula neuroscienza, coì come il linfodrenaggio e i tape compressivi/funzionali, possono risultare efficaci nel migliorare le condizioni del paziente e ottimizzare gli effetti della riabilitazione.
Trattamento nella fase sub-acuta
L’esercizio fisico risulta centrale nell’approccio terapeutico relativo alla fase sub-acuta. L’attività deve prevedere, gradualmente e in maniera controllata, le diverse tipologie di contrazioni muscolari e può coinvolgere esercizi per la stabilità e l’equilibrio.
In questa fase, oltre all’approccio terapeutico con terapia manuale, educazione e linfodrenaggio, è possibile introdurre la mobilizzazione neurale (o neurodinamica) che risulta utile nel migliorare la sintomatologia del paziente e la sua capacità di movimento.
Trattamento nella fase di riabilitazione funzionale e ricondizionamento atletico
Questa fase della riabilitazione consiste nel ri-condizionamento per lo sport e ha come cardine centrale l’esercizio fisico individualizzato per il paziente e specifico per lo sport che svolge.
La letteratura è concorde nel privilegiare la gestione conservativa della lesione muscolare che, comunque, deve essere adattata alla struttura coinvolta e alle sue caratteristiche anatomiche.
Ad esempio, nel recupero di una lesione muscolare degli arti inferiore, risulta particolarmente adatta l’inclusione di esercizi che si focalizzino sulla contrazione eccentrica del muscolo (un tipo di contrazione del muscolo), nel rispetto dei limiti e della tolleranza del paziente. E’ accertata inoltre l’utilità della pratica di esercizi pliometrici che includano l’attività del muscolo leso.
Nei casi di rotture subtotali o totali spesso si vede necessario invece l’approccio chirurgico.
Strappo muscolare: come impostare gli esercizi?
Esercizi nella fase acuta
Gli studi valutano un’ opportuna introduzione moderata di esercizi nella fase acuta della riabilitazione di una lesione muscolare. L’esercizio, in quella fase della lesione, può prevedere semplici movimenti di mobilità e di allungamento muscolare, nei limiti della tolleranza del soggetto e prevedendo un’intensità progressiva, con l’introduzione graduale e controllata degli stress meccanici dei movimenti, determinati dai muscoli coinvolti.
Esercizi nella fase sub-acuta
L’allenamento isometrico, meno stressante rispetto ad altre forme di allenamento, deve essere introdotto per primo in questa fase della riabilitazione. Gli esercizi concentrici ed eccentrici possono invece essere posticipati ed iniziati quando un moderato allenamento isometrico (una contrazione muscolare che non comporta movimento) può essere eseguito senza dolore. Anche in questa fase del recupero è bene rispettare una certa gradualità nella progressione dell’allenamento fisico: gli esercizi inizialmente dovrebbero essere eseguiti senza resistenza, il carico dovrebbe essere progressivamente aumentato ed i carichi stressanti eccentrici isotonici dovrebbero essere introdotti solo quando l’allenamento concentrico risulti ben tollerato dal paziente. In letteratura sono presenti diversi studi che valutano, come utile ed efficace nella fase sub-acuta, anche l’esecuzione di esercizi motorio-sensoriali, diretti all’allenamento dell’equilibrio e di esercizi per la stabilità, diretti invece al controllo posturale e neuromuscolare.
Esercizi nella fase di riabilitazione funzionale e ricondizionamento atletico
In questa fase della riabilitazione, secondo la letteratura, è opportuno coinvolgere protocolli di allenamento di graduale maggiore intensità individualizzati per il paziente e specifici per l’attività sportiva svolta dal soggetto.
E’ necessario concentrarsi sul miglioramento delle capacità motorie, come la resistenza e la forza muscolare, con l’obiettivo di ricondizionare il paziente ai gesti atletici previsti nel suo sport.
Per tale motivo è indicata l’introduzione di esercizi pliometrici, balistici e isoinerziali, con lo scopo di raggiungere capacità fisiche sufficienti ad eseguire ripetutamente i movimenti specifici dello sport, incluso quello che ha causato l’infortunio.
Ritorno allo sport
Una volta che il paziente è in grado di ripetere i gesti e le attività tipiche della sua attività sportiva, può tornare (con la dovuta gradualità) alla piena attività sportiva.
Lesione muscolare: tempi di guarigione
I tempi di guarigione delle lesioni muscolari, da lievi a moderate, di solito sono di poche settimane, da 1 a 4. Lesioni di grave entità invece possono richiedere anche 9-12 mesi per guarire completamente.
La localizzazione e la gravità della lesione, sulla base dei risultati dell’esame iniziale e dell’imaging, sono utili per stimare la durata della riabilitazione e il tempo di recupero del paziente.
In particolare, è stato dimostrato che i seguenti fattori incidono negativamente sul recupero del soggetto, rendendo la sua convalescenza più lunga:
coinvolgimento del tessuto tendineo;
vicinanza della lesione alla struttura ossea;
aumento della lunghezza
area di sezionale della lesione .
Conclusione
Gli infortuni muscolari sono molto diffusi nella popolazione. La loro diagnosi deve basarsi principalmente sull’anamnesi, l’esame cinico e le tecniche di imaging, utili per classificare e fornire un’adeguata proprosta di trattamento della lesione della lesione. La maggior parte delle volte possono essere trattate in modo conservativo con risultati eccellenti. L’approccio terapeutico deve essere differenziato a seconda della fase dell’infortunio e basarsi principalmente sull’esercizio di intensità progressiva. Solo nei casi più gravi si deve ricorrere alla chirurgia.
La Medial Tibial Stress Syndrome nota con l’acronimo MTSS è stata la patologia che ho studiato per la tesi del Master in fisioterapia muscoloscheletrica. È un disturbo ancora poco compreso, infatti la sua eziologia (ovvero le cause) è ancora molto dibattuta, e questo rende la diagnosi e gestione del problema ancora non certi.
Quello che la ricerca ci permette di sapere è che è un disturbo che colpisce soprattutto i corridori, in particolare chi è alle prime armi, ed è la causa del 35% di tutti gli infortuni agli arti inferiori su base non traumatica.
Vediamo nel dettaglio, come gestire la MTSS.
Diagnosi
Si basa su anamnesi ed esame obiettivo. Il paziente racconta di un dolore lungo il bordo postero-mediale nei 2/3 della tibia (per almeno 5 cm) , indotto dall’esercizio fisico e presente durante e dopo l’attività fisica è con una risoluzione del dolore, mediamente, in 64 ore di riposo
Tramite la palpazione, lungo il bordo della tibia, può essere riprodotto il sintomo del paziente.
Le indagini diagnostiche (ecografia, rx etc) hanno unicamente lo scopo di eliminare eventuali altre patologie/cause, infatti nella MTSS è importante fare diagnosi differenziale, ovvero eliminare altre possibili cause del disturbo raccontato dal paziente
Cosa può fare un fisioterapista?
Innanzitutto può svolgere la propria diagnosi fisioterapica per inquadrare il caso e successivamente aiutare il paziente a una miglior guarigione. Ad oggi non sembra esserci un trattamento gold standard (ovvero il migliore) ma, come fisioterapisti muscolo-scheletrici possiamo
Tecniche di desensibilizzazione come trattamenti manuali o applicazioni di ghiaccio;
Esercizio terapeutico, in particolar modo volto al rinforzo dei flessori plantari di caviglia, questo anche a scopo preventivo;
Addestrare/educare il paziente sulla ripresa sportiva e sul corretto carico di lavoro (sia inteso come kilometraggio che come modalità). La corretta gestione permette anche di prevenire eventuali recidive.
Educare al paziente riguardo la prognosi/tempi di recupero che, normalmente, si aggirano su i 90 giorni per riprendere a correre con minimo dolore ma , in caso di sintomo presente da più di 3 mesi può estendersi fino a 9-12 mesi.
Terapie fisiche, tutori, bendaggi non hanno il supporto delle evidenze scientifiche
Bibliografia: Winters, M.; Moen, M. H.; Zimmermann, W. O.; Lindeboom, R.; Weir, A.; Backx, F. J.; Bakker, E. W. The Medial Tibial Stress Syndrome Score: A New Patient-Reported Outcome Measure. Br. J. Sports Med. 2016, 50 (19), 1192–1199. https://doi.org/10.1136/bjsports-2015-095060
Winters, M.; Eskes, M.; Weir, A.; Moen, M. H.; Backx, F. J. G.; Bakker, E. W. P. Treatment of Medial Tibial Stress Syndrome: A Systematic Review. Sports Med. Auckl. NZ 2013, 43 (12), 1315–1333. https://doi.org/10.1007/s40279-013-0087-0.
Postura, la colpevole di tutti i mali. Ma è davvero cosi? Negli ultimi anni i dolori sembrano essere causati unicamente dalla postura ma cosa dicono le ricerche a riguardo? Di seguito vengono riportati alcuni consigli riportati nell’articolo pubblicato su JOSPT (una delle riviste più importanti del settore) dal titolo “Sit Up Straight: Time to Re-evaluate” di Slater D. et al (2019)
Non esiste una singola postura “corretta” Nonostante le convinzioni comuni sulla postura, non vi sono prove che esista una postura ottimale o che evitare posture “errate” prevenga il mal di schiena.
Le differenze nella postura sono un dato di fatto Confrontando le curve del rachide tra differenti soggetti, possiamo notare una naturale variabilità e diversità. Per questo motivo è difficile associare direttamente il dolore ad un particolare quadro posturale.
La postura riflette credenze e umore La postura può fornire informazioni sulle emozioni, i pensieri e l’immagine del corpo di una persona. Alcune posture sono adottate come strategia protettiva e riflettere preoccupazioni relative alla vulnerabilità del corpo. Può essere utile/interessante comprendere le ragioni alla base delle posture preferite.
Le posture più confortevoli sono sicure Le posture confortevoli variano da individuo a individuo. Esplorare posture diverse, comprese quelle frequentemente evitate, e cambiare posture abitudinali, può fornire sollievo dai sintomi
La schiena è forte e ci possiamo fidare ad utilizzarla La colonna vertebrale è una struttura robusta e adattabile in grado di muoversi e caricare in sicurezza in una varietà di posture. Avvertenze comuni ,per proteggere la colonna vertebrale, non sono necessarie e possono portare a paure non motivate
Sedersi non è pericoloso Stare seduti per più di 30 minuti nella stessa posizione non è pericoloso, nè dovrebbe essere necessariamente evitato. Tuttavia, movimento e cambiamenti della postura possono aiutare a prevenire sintomi come è altrettanto importante essere fisicamente attivi.
“Non si può fare di tutta l’erba un fascio” Valutazioni posturali e del movimento non prevengono il dolore sul posto di lavoro. Infatti, continua lo studio, ognuno di noi ha un proprio stile di seduta e proprie modalità per sollevare carichi/pesi, questo a causa della naturale variabilità delle curvature del rachide, quindi, consigli su specifiche posture da adottare, muscoli da rinforzare (es. addominali) o l’utilizzo di tutori lombari non presentano, ad oggi, evidenze scientifiche.
“Matteo ma tu sei Osteopata? Noo, ma allora che differenza c’è tra te ed un Osteopata? “
Spessissimo i pazienti mi pongo questa domanda a causa della grossa confusione (disinformazione?!) che si aggira attorno a queste due professioni.
In questo breve articolo, cercherò di evidenziare le principali differenze tra le due discipline attenendomi unicamente a quanto previsto dalla legge. Mi preme specificare che non ho alcuna intenzione di demonizzare una o l’altra professione ma solamente di informare (collaboro con diversi Osteopati dove ognuno lavora nel proprio ambito d’appartenenza) .
Ecco qui un CONFRONTO tra i due profili di FISIOTERAPISTA e OSTEOPATA, con i rispettivi ambiti di competenza:
Profilo professionale FISIOTERAPISTA: “Il fisioterapista è l’operatore sanitario, in possesso del diploma universitario abilitante (ora laurea di primo livello ndr) , che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli INTERVENTI DI PREVENZIONE , CURA e RIABILITAZIONE nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali CONSEGUENTI AD EVENTI PATOLOGICI, a varia eziologia, congenita od acquisita”
Profilo professionale OSTEOPATA: “L’osteopata è il professionista sanitario, in possesso di laurea triennale universitaria abilitante o titolo equipollente e dell’iscrizione all’albo professionale, che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie interventi di PREVENZIONE e MANTENIMENTO DELLA SALUTE attraverso il trattamento osteopatico di disfunzioni somatiche NON RICONDUCIBILIA PATOLOGIE, nell’ambito dell’apparato muscoloscheletrico.”
Mettendoli a confronto su alcuni punti:
– entrambe sono PROFESSIONI SANITARIE
– l’osteopata si occupa del soggetto SANO (ovvero colui che ha disturbi “non riconducibili a patologie”) facendo prevenzione. – anche il fisioterapista PUÒ occuparsi di prevenzione.
– l’osteopata NON PUÒ fare cura o riabilitazione; – il fisioterapista PUÒ fare cura e riabilitazione.
– l’osteopata può trattare le “disfunzioni somatiche NON riconducibili a patologie”; quindi NON può trattare il patologico (infatti si occupa di “mantenimento della salute”). – il fisioterapista PUÒ occuparsi di patologia (“conseguenti ad eventi patologici”).
– l’osteopata si occupa dell’AMBITO MUSCOLOSCHELETRICO, – il fisioterapista si occupa di diverse AREE: motricità (“apparato muscoloscheletrico e sua funzione”), funzioni corticali superiori (“neurologico ovvero post lesioni/problematiche del sistema nervoso centrale”) viscerali (“es. fisioterapia polmonare o cardiologica” ).
Prima di iniziare qualsiasi percorso terapeutico, è indispensabile e necessario effettuare una valutazione funzionale accurata che ci permetta di individuare, al di là della diagnosi, quale sia la disfunzione di movimento responsabile dei sintomi del paziente.
TERAPIA MANUALE
La Terapia Manuale rappresenta un campo di elevata specializzazione nell’ambito della fisioterapia. Pone le basi su valutazione individualizzata, ragionamento clinico, tecniche manuali altamente specifiche ed esercizio terapeutico: una tipologia di approccio basata sulle evidenze scientifiche e riconosciuta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Esistono diversi percorsi di formazione avanzata che permetto ai fisioterapisti di specializzarsi in terapia manuale, personalmente ho eseguito il master universitario OMPT. Tale approccio fisioterapico può essere utilizzato in fase acuta (in seguito a un infortunio o trauma), in fase di dolore cronico e pre-post intervento chirurgico
ESERCIZIO TERAPEUTICO
Nella fisioterapia moderna ci si focalizza sempre meno sul trattamento inteso come mobilizzazione passiva, mentre viene contemporaneamente tenuto sempre più in considerazione il ruolo dell’attività fisica intesa come esercizio dosato sul paziente a scopo terapeutico. Spesso interpretato come semplice rinforzo muscolare, in realtà prevede un’attenta valutazione da parte del fisioterapista e l’elaborazione di un programma altamente personalizzato, al fine di sottoporre tutti i tessuti coinvolti allo specifico ed ottimale stimolo per la rigenerazione.
RIABILITAZIONE E RIATLETIZZAZIONE NELLO SPORTIVO
L’attività di riatletizzazione si esprime anche nella creazione di programmi di prevenzione e bilanciamento da affiancare alle normali attività sportive o da abbinarsi alle fasi di preparazione atletica all’inizio della stagione agonistica. Grazie all’esperienza maturata in diversi contesti sportivi ( pallavolo, calcio, rugby, tennis tavolo ecc.) e alle numerose collaborazioni con laureati in science motorie, cerco di accompagnare l’atleta nel processo di ritorno in campo dopo un periodo di stop ad esempio dovuto a traumi, infortuni o altro.
TRATTAMENTO E GESTIONE DEL DOLORE CRONICO
Il dolore è un segnale di allarme che il nostro Sistema Nervoso Centrale ci invia quando si sente minacciato. Da questo punto di vista perciò il dolore è da considerarsi un nostro alleato. Talvolta, però, questo sistema di allarme si sensibilizza arrivando a lanciare segnali di allarme anche in assenza di un vero pericolo. Quando questo si verifica, la persona inizia a sperimentare sensazioni di dolore persistente nel tempo e il dolore finisce per diventare un compagno sgradevole con cui condividere la quotidianità. Attraverso un percorso di educazione e apprendimento dei meccanismi del dolore, fisioterapia, esercizio attivo e lavoro multidisciplinare in equipe è possibile imparare a gestire condizioni a lungo termine e a renderle meno disabilitanti.
TRATTAMENTO CEFALEE
Cefalee ed emicrania primaria possono essere un problema molto debilitante nella vita delle persone. La fisioterapia può essere un ottimo alleato, infatti, la ricerca scientifica nazionale e internazionale sta dimostrando con sempre maggior forza come un approccio corretto alle strutture cervicali, e in particolar modo al rachide cervicale superiore, sia in grado di ridurre enormemente l’impatto che questa patologia ha/può avere finisce sulla vita quotidiana.
RIABILITAZIONE TEMPORO-MANDIBOLARE
Dolori a livello dell’articolazione temporomandibolare, click articolari o difficoltà nell’apertura della bocca sono condizioni che normalmente vengono riferite al dentista. Al lavoro di questi, è utile affiancare un percorso di Terapia Manuale ed Esercizio terapeutico che permetta di ridurre dolore e disfunzione, ottenere un recupero più completo e prevenire l’insorgenza di ulteriori problematiche. Da anni collaboro con odontoiatri/dentisti con i quali condivido la multidisciplinarietà dell’intervento terapeutico.
RIABILITAZIONE ORTOPEDICA
La riabilitazione ortopedica consiste in una serie di tecniche manuali e di esercizi da effettuarsi dopo un infortunio, prima e dopo un’operazione chirurgica in ambito ortopedico allo scopo del recupero funzionale di un arto o di un apparato corporeo
RIEDUCAZIONE POSTURALE
La Rieducazione Posturale, chiamata impropriamente come ginnastica Posturale , è una metodica specifica che consta di una serie di esercizi atti a riequilibrare le tensioni muscolo-legamentose del corpo. In particolar modo, tramite un lavoro globale sul corpo, si agisce sulle zone più rigide e retratte che, nel tempo, possono causare errati compensi e dolore.