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TENDINOPATIA: PARLIAMONE!

Innanzitutto dobbiamo chiarire una cosa: Il termine corretto è proprio tendinosi e NON tendinite!

Questo perché in passato si è comunemente pensato che si trattasse di una infiammazione al tendine.
In realtà la ricerca ha dimostrato che si tratta di una PATOLOGIA DA STRESS ECCESSIVO AL TENDINE che porta a una degenerazione dei tessuti. Da qui il cambio di nome.

QUALI SONO LE CAUSE?

Le principali cause per le tendinopatie possono essere a seguito di un trauma o di un sovraccarico funzionale del tendine sofferente. Per sovraccarico si intende un aumento dello stress allo stesso e questo può essere dovuto da varie cause come:

  • Aumento rapido dei pesi in palestra
  • Movimenti ripetuti
  • Esecuzioni di gesti sportivi in maniera errata
  • Esecuzione di lavori a cui non siamo abituati (es. Stirare, pitturare pareti, lavori di falegnameria etc)

SINTOMI

L’andamento tipico del dolore nelle Tendinopatia è:

  • dolore localizzato nel tendine (ad esempio: dolorabilità nella parte inferiore della rotula nella tendinopatia rotulea);
  • dolore che si presenta durante attività di accumulo e rilascio energetico (ad esempio: saltare nel caso della tendinopatia achillea);
  • dolore che diminuisce durante il riscaldamento e che può ripresentarsi il giorno seguente all’attività

COSA DICONO LE EVIDENZE SCIENTIFICHE?

  • riposo non aiuta a migliorare una tendinopatia.Sì, è vero, può farci percepire il dolore in maniera ridotta, ma con la ripresa dell’attività inevitabilmente ritornerà anche il dolore.
  • Gli anti-infiammatori non aiutano in quanto non si tratta di una vera e propria infiammazione.
  • Una tendinopatia è dovuta ad una serie di fattori di rischio tra cui:                     A) improvviso cambio in alcune attività.                                                          B) carichi che comprimono il tendine.
  • L’esercizio è il trattamento più efficace per recuperare dalla tendinopatia.
  • Modificare i carichi è una parte fondamentale nel recupero.
  • Le infiltrazioni di corticosteroidi dovrebbero essere EVITATE soprattutto perché rischiano di indebolire ulteriormente il tendine e renderlo più predisposto alla rottura.  Le infiltrazioni dovrebbero essere utilizzate nei casi refrattari all’intervento conservativo o nella gestione del dolore in associazione alla fisioterapia.Il trattamento DEVE essere personalizzato perché ognuno di noi risponde diversamente al carico.
  • Le tendinopatie rispondono molto lentamente all’esercizio, bisogna avere pazienza. Non esistono scorciatoie.

TRATTAMENTO

L’evidenza dimostrano come la fisioterapia muscoloscheletrica sia il trattamento più efficace per la guarigione da tale problematica. Si tratterà di un lavoro basato sia su tecniche manuali ma Soprattutto sull’ esercizio.

Infatti il tendine per guarire deve essere “caricato” in modalità corretta: troppo lavoro e il dolore aumenterà, poco lavoro e sarà tutto inutile

Non sarà un percorso semplice, infatti è stato dimostrato come mediamente il percorso dura 10-12 settimane.
Può sorgervi una domanda: “Ma quindi devo andare 3 mesi dal fisioterapista?”
NO, vuol semplicemente dire che per recuperare completamente devo
sapere che il mio percorso personale (con lavoro individuale che il paziente dovrà svolgere anche in autonomia) andrà avanti almeno 3 mesi ma che nel frattempo posso gradualmente continuare ad allenarmi.

Nel caso di sportivi (che non possono sospendere le attività perché impegnati in competizioni) sarà di fondamentale importanza aiutare l’atleta a capire quando possono proseguire e quando devono arrestare una sessione di allenamento. In poche parole bisogna fare educazione sul dolore.

CONCLUSIONI

Spero che queste informazioni vi abbiano dato un po’ di chiarezza in questo mondo delle tendinopatie.  Se sospetti di soffrire di questa patologia recati da un fisioterapista che saprà sicuramente aiutarti! Ricorda, un tendine non curato, oltre al dolore può andare incontro a rottura.

Fisio, mi sono rotto il “crociato” quando posso tornare a giocare?

Quando incontro per la prima volta un paziente che ha subito un intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore, la prima domanda che mi viene rivolta è: ma quando posso tornare in campo?

Domanda molto interessante e con tempistiche molto diverse, infatti nei nostri calciatori di Serie A il rientro in campo è circa di 6 mesi ma se guardiamo i cestisti NBA il rientro in campo è quasi un anno dalla lesione.

Fatta questa premessa vediamo cosa dice la ricerca scientifica a riguardo!

In uno studio sono stati analizzati 192 atleti, giovani e altamente attivi, nei 2 anni successivi ad intervento di ricostruzione di LCA (Legamento Crociato Anteriore) per identificare quali possono essere i fattori di rischio che causerebbero eventuali seconde lesioni del legamento ricostruito.

Il 28% dei soggetti in esame ha avuto un secondo infortunio al LCA, di cui la metà lo ha subito entro 7 mesi dal ritorno alla propria attività sportiva.
Questi dati sono in linea con risultati precedenti di un altro studio, che evidenziava inoltre come per ogni mese di attesa prima di tornare alle attività, dopo 8 mesi dall’intervento, il rischio di una seconda lesione si riduce di quasi il 30%.
Inoltre hanno evidenziato che per ogni mese di rinvio al ritorno allo sport, dopo 9 mesi dall’intervento, si riducevano tutti i tipi di lesione al ginocchio del 51%.

Ovviamente ogni iter riabilitativo è diverso da paziente a paziente.
Infatti, alcuni atleti, possono avere un recupero di forza e avere test per il ritorno allo sport molto positivi già ai 6 mesi. In questi casi sorge un dilemma clinico tra l’affidarsi unicamente ai test clinici per il ritorno allo sport o il seguire le tempistiche delle evidenze scientifiche. A mio avviso con gli atleti con un decorso clinico post-operatorio migliore in termini di forza e funzionalità, e che quindi potrebbero tornare precocemente alle competizioni, noi professionisti della riabilitazione dobbiamo essere cauti e chiari nell’esporre anche gli eventuali rischi nel tornare prima di 8 mesi alle attività.

Studi presi in considerazione:

Bodkin SG et al. (2021) Predicting ACL Reinjury from Return to Activity Assessments at 6-months Post-Surgery: A Prospective Cohort Study. J Athl Train
-Grindem H et al. (2016) Simple decision rules can reduce reinjury risk by 84% after ACL reconstruction: the Delaware-Oslo ACL cohort study. Br J Sports Med

Attenzione ai falsi positivi nelle lombalgie!

La precedente tabella è risultato di indagini diagnostiche a livello Lombare effettuate su persone sane e che quindi non presentavano alcun dolore.
È interessante notare le percentuali che dimostrano che sin da giovane età possono presentarsi “problematiche
strutturali” che però sono asintomatiche.
Addirittura il 30% dei 30enni presenta un’ernia!
Quindi attenzione!
Il cercare per forza un problema strutturale può diventare una caccia alle streghe e dar vita a falsi postivi (es. Un ernia L5-S1 non da dolore lombare ma dolore radicolare diffuso lungo la gamba)
Affidatevi a un medico o fisioterapista competente i quali possono dare i consigli per valutare e trattare correttamente il Vostro problema di lombalgia!

Queste non sono mie opinioni ma è la letteratura scientifica che lo Dice.

DISTORSIONI DI CAVIGLIA

Una distorsione di caviglia (chiamata volgarmente storta o scavigliata) è una perdita parziale e momentanea dei rapporti articolari nell’articolazione tibiotarsica, tra la pinza malleolare e l’astragalo. E’ un evento molto diffuso soprattutto tra gli sportivi, si stima che almeno 300000 inglesi ne siano vittime ogni anno, di cui 40000 descritti come eventi severi soprattutto nel calcio, nella pallavolo e negli sport di corsa. E’ molto utile sapere cosa fare in caso di distorsione alla caviglia e conseguente caviglia gonfia. A causa della biomeccanica dell’articolazione, le lesioni più frequenti sono in inversione (circa 80%) e riguardano il compartimento laterale e possono portare anche alla lesione dei legamenti.

distorsione-caviglia

fonte: web

Mi preme ricordare che è molto importante essere seguiti da un fisioterapista sin dalla fase acuta; questo per evitare alcune problematiche tra cui:

  • recidive;
  • sintomatologia dolorosa durante l’attività sportiva;
  • instabilità articolare.

Anatomia della caviglia

Di seguito verrano spiegati alcuni concetti di anatomia del piede, questo per far comprendere meglio il tema che stiamo trattando.

L’articolazione di caviglia è formata da due componenti:

Astragalo: è l’osso superiore del piede che prende contatto con la gamba e presenta tre facce:

  • una superiore: a contatto con la tibia
  • due laterali: esse sono contenute dai malleoli a cui corrispondono punto per punto.

Pinza malleolare: costituita dai due malleoli, essendo quello esterno più voluminoso, più basso e più posteriore dell’interno, l’asse passante per i malleoli risulta un po’ sfasato (obliquo in fuori e indentro, quasi tutte le slogature avvengono in inversione).

Oltre a quest’ultimo particolare, le distorsioni di caviglia in inversione sono favorite dalla debolezza dei legamenti laterali rispetto ai mediali.

caviglia-ossa

ossa articolazione Tibio-Tarsica (fonte: web) 

legamenti caviglia

I legamenti è possibile suddividerli in un comparto mediale:

  • legamento deltoideo

ed in un comparto laterale:

  • legamento peroniero-astragalico anteriore e posteriore;
  • tibio-peroneale anteriore, posteriore e trasverso (per tenere chiusa la pinza malleolare);
  • legamento peroneo-calcaneare.

Distorsione di caviglia con Lesione Laterale

Le lesioni ai legamenti laterali sono causate principalmente da rapidi cambi di direzione, specialmente se effettuati su superfici irregolari, come i campi da calcio. Nella pallavolo sono spesso dovute ad un atteraggio su un piede dell’avversario dopo un salto a muro. Il meccanismo più comune di lesione è la combinazione di flessione plantare ed inversione (movimento in supinazione) con lesione del legamento peroniero-astragalico anteriore (ATFL, perioneale astragalico anteriore).  Questo perchè L’ATFL è teso durante la flessione plantare al contrario per esempio del peroniero-calcaneare che è accorciato, come si può notare dall’immagine sottostante.

 

Fratture Ossee

E’ possibile che possano esserci delle fratture in seguito ad una distorsione di caviglia, soprattutto nel caso siano severe. In fase acuta è difficile fare un’ipotesi su base clinica visto la presenza di gonfiore a causa dell’edema che si forma e può essere consigliato quindi effettuare un esame strumentale (radiografia) per essere certi della diagnosi.

Sono però disponibili una serie di linee guida con una specificità e sensibilità molto alta, le Ottawa Ankle Rules, che aiutano il personale sanitario a decidere se per il paziente necessita di una radiografia e che quindi possono escludere la presenza di una frattura. Prima dell’utilizzo di queste linee guida, infatti, alla maggior parte dei pazienti con distorsioni di caviglia o slogature veniva effettuata una radiografia per verificare la presenza di fratture, molto spesso con esito negativo, con uno spreco di soldi ed un’esposizione inutile alle radiazioni.

E’ importante però che tutto ciò sia fatto da personale sanitario, in primis medici e fisioterapisti, in caso di dubbio rivolgiti sempre ad un parere esperto.

Ottawa Ankle Rules

Le linee guida suggeriscono che una radiografia di caviglia è necessaria in presenza di dolore localizzato nella zona malleolare e localizzato in uno dei seguenti punti:

  • Dolore alla palpazione nei 6 cm distali della parte posteriore di tibia o sul malleolo mediale;
  • Dolore alla palpazione nei 6 cm distali della parte posteriore di tibia o sul malleolo laterale;
  • Impossibilità di caricare il peso sull’arto interessato immediatamente e successivamente la capacità di fare 4 passi.

Inoltre le Ottawa Ankle Rules suggeriscono quando sia suggerito effettuare una radiografia del piede, ossia in presenza di dolore localizzato nel mediopiede ed in uno dei seguenti punti:

  • dolore alla palpazione della base del quinto metatarso;
  • dolore alla palpazione dell’osso navicolare;
  • Impossibilità di caricare il peso sull’arto interessato immediatamente e successivamente la capacità di fare 4 passi.

Sono esclusi da queste linee guida le donne in gravidanza, persone con ritardi cognitivi. Gli studi suggeriscono una sensibilità del 98.5%, quindi una bassissima presenza di falsi negativi.

ottawa-ankle-rules

Ottawa ankle rules  (fonte: web)

Cosa bisogna fare in seguito ad una distorsione di caviglia?

In fase acuta è importante trattare il dolore ed il gonfiore. E’ necessario attuare il protocollo P.R.I.C.E. acronimo di:

  • Protection: si consiglia di effettuare una fasciatura nella zona per proteggerla;
  • Rest: si consiglia di effettuare un periodo di riposo fino alla risoluzione, almeno parziale, dei sintomi come il dolore ed il gonfiore;
  • Ice: si consiglia di utilizzare del ghiaccio per trattare l’infiammazione, evitando però lunghi periodi consecutivi ed il contatto diretto con la pelle. Può andare bene 15 minuti alla volta ogni ora;
  • Compression: si consiglia infatti di effettuare una fasciatura nella zona gonfia, per aumentare la pressione idrostatica del liquido interstiziale e favorire il rientro del liquido stesso nei capillari e vene, favorendo il ritorno venoso e l’assorbimento dell’edema, il gonfiore è infatti uno dei segni presenti in una distorsione di caviglia, a questo scopo vengono utilizzate spesso bende all’ossido di zinco;
  • Elevation: si consiglia di mantenere in posizione elevata il piede per favorire il ritorno venoso ed il riassorbimento dell’edema.

Ultimamente alcuni punti sono stati messi in discussione in favore del protocollo POLICE, dove la R di REST è sostituita da OL corrispondenti a Optimal Load. Viene consigliato infatti di evitare i periodi di assoluto riposo e scarico in favore di un carico ottimale e proporzionale rispetto ai sintomi. Può essere un buon compromesso e permette di mantenere una migliore articolarità e forza muscolare e ridurre i tempi di ripresa dalla lesione.

In fase acuta gli obiettivi sono:

  • ridurre dolore;
  • ridurre gonfiore.

Per tale scopi sono utili sia bendaggi funzionali, bendaggi allo zinco e laserterapia.

In fase post-acuta è necessario ripristinare:

  • l’articolarità;
  • la forza muscolare:
  • la propriocezione.

Per ripristinare l’articolarità si possono eseguire movimenti passivi (eseguiti da un fisioterapisti) o attivi (eseguiti dal paziente in autonomia)come ad esempio può essere utile compiere dei movimenti di flessione ed estensione di caviglia sia senza nessun strumento sia in appoggio ad una pallina facendola scorrere sotto il piede. E’ possibile successivamente introdurre i movimenti laterali, di supinazione e pronazione.

Quando si è raggiunto la quasi completa articolarità ed in assenza di sintomi di rilievo comincia la fase di recupero della forza, all’inizio in flesso-estensione e poi in tutti i movimenti funzionali e sport-specifici. E’ possibile utilizzare degli elastici con varie resistenze contro i quali è possibile spingere sia in flessione che in estensione, dosando bene la difficoltà, l’intensità e le ripetizioni. Se i sintomi dovessero ripresentarsi in maniera importante è bene rivedere il programma di riallenamento della forza.

E’ molto importante associare il programma di allenamento della forza con un programma di allungamento muscolare attraverso esercizi di stretching.
Successivamente diventa molto importante iniziare un allenamento propriocettivo per migliorare la percezione articolare durante i movimenti. Dopo una distorsione di caviglia aumenta infatti il rischio di andare incontro a future recidive a causa di instabilità ed errate attivazioni dei pattern motori, alterati appunto dalla lesione ed il periodo di riposo. Viene a mancare anche una corretta percezione della posizione dei segmenti della caviglia, che deve essere riallenata.

Vengono utilizzati principalmente esercizi di instabilità via via crescente con l’aumentare della performance motoria del soggetto con l’ausilio di pedane instabili, materassini prima bipodalici e poi monopodalici.

E’ molto importante che TUTTA la fase riabilitativa venga seguita da un FISIOTERAPISTA, in quanto il fai-da-te in questi casi non basta. Infatti il terapista ha le conoscenze e le abilità per eseguire tecniche che miglioreranno la ripresa e la guarigione come ad esempio:

  • mobilizzazione delle ossa del piede;
  • mobilizzazione del perone;
  • trattamenti fasciali;
  • massaggio muscolare;
  • bendaggi funzionali e/0 scarico;
  • mobilizzazione sistema nervoso periferico;
  • terapia fisica (laser, tecar, ecc.)
  • ecc.

Ritorno allo sport

Le ultime fasi della riabilitazione di una distorsione di caviglia prevedono l’inserimento di esercizi sport-specifici che variano a seconda dello sport praticato, per permettere il ritorno all’attività agonistica.  Un fisioterapista questo potrà consigliare gli esercizi migliori per il vostro scopo.

Durante le prime settimane di ripresa, è consigliabile l’utilizzo di un bendaggio funzionale o un tutore (personalmente consiglio quelli della marca McDavid).

Le tempistiche di ripresa variano in base al tipo di danno.

blood cell types

gradi lesione (Fonte: web)

In linea generale, tenendo conto delle variazioni che possiamo riscontrare da caso a caso, i tempi di recupero sono:

  • lesioni di primo grado vanno dai 10 ai 20 giorni;
  • secondo grado vanno dai 20 ai 40 giorni,
  • terzo grado, si va da un minimo di 40 a un massimo di 60-70 giorni.

 

 

COSA CAUSA IL DOLORE MUSCOLARE POST ALLENAMENTO?

Quante volte abbiamo detto nei giorni successivi ad un allenamento: “che male ai muscoli , sono pieni di acido lattico!”

Ebbene nulla di più sbagliato! I dolori che noi percepiamo sono i cosiddetti DOMS.

I DOMS (dall’inglese Delayed Onset Muscle Soreness), sono indolenzimenti muscolari a insorgenza ritardata, un fenomeno dovuto ad uno sforzo fisico di intensità superiore alla norma, che causa uno stato infiammatorio nel tessuto muscolare e connettivo fasciale ritardato, spesso dopo 24-48h dall’esercizio che perdurare qualche giorno.

I tipici sintomi spesso associati a DOMS includono:

perdita di forza;
dolore;
fragilità muscolare;
rigidità e gonfiore;

DOMS ED ACIDO LATTICO

Per anni i DOMS sono stati erroneamente attribuiti alla formazione di acido lattico nel tessuto muscolare per fermentazione, in seguito ad un esercizio prettamente anaerobico. Ancora oggi opinion diffusa vuole che l’acido lattico sia la causa dell’indolenzimento muscolare ad insorgenza ritardata.

In realtà si è capito da numerosi studi che l’acido lattico ha un’emivita di 15-17 minuti. La concentrazione ematica di lattato nel sangue è normalmente di 1-2 mmoli/L a riposo ma durante uno sforzo fisico intenso può raggiungere e superare le 20mmol/L. Successivamente allo sforzo la concentrazione si dimezza in questo periodo di tempo, ossia ogni 15-17 minuti; la concentrazione passerà a 10mmol/L e dopo altri 15-17 minuti a 5 mmol/L, successivamente a 2.5 e così via. E’ evidente quindi che la sua concentrazione torna ai valori fisiologici al massimo dopo qualche ora e questo lo scagiona dalle responsabilità sui dolori post-allenamento.

LE CAUSE DEI DOMS

Le cause sono molteplici ed ancora oggi non si è totalmente sicuri su di esse. La più importante, di cui si hanno forti evidenze scientifiche, è l’esercizio eccentrico.

Durante una contrazione concentrica, i filamenti di actina e miosina formano dei ponti trasversi per far scorrere la miosina sull’actina, accorciando quindi il sarcomero ed avvicinando le linee Z. In questo caso il carico esterno è inferiore alla tensione sviluppata dal muscolo e quindi si nota l’accorciamento delle fibre muscolari.

In una contrazione eccentrica, invece, il carico esterno è maggiore rispetto alla tensione sviluppata dalle fibre muscolari, anche in questo caso si formano dei ponti trasversi e si cerca di far scorrere tra di loro l’actina e miosina e di accorciare il muscolo, ma questo non è sufficiente e si assiste solo ad un rallentamento del carico esterno che, avendo verso opposto allo scorrimento tipico dei miofilamenti, crea tensioni molto elevate all’interno del muscolo, nei miofilamenti e nei ponti trasversi. In poche parole il muscolo cerca di contrarsi ed accorciarsi, ma non è sufficiente perchè il carico è troppo elevato. Si assiste quindi ad un allungamento del muscolo con i miofilamenti che invece cercano di contrarsi. Uno tira da una parte ed uno dall’altra! Immaginate che tensioni altissime che si creano all’interno del muscolo ed i microtraumi ad esso, chiamati “scorrimento e disorganizzazione delle linee-Z”.

Queste microlacerazioni, che avvengono oltre che nel tessuto muscolare anche in quello connettivo circostante, causano infiammazione acuta ed avviene quindi il richiamo di citochine pro-infiammatorie e chemochine, ed il richiamo di linfociti e macrofagi. Aumenta inoltre la permeabilità capillare ed il flusso sanguigno e questo causa un accumulo di liquido interstiziale nelle zone danneggiate con richiamo delle cellule infiammatorie. I macrofagi in particolare sintetizzano le prostaglandine-E, che sensibilizzano le terminazioni nervose dolorifiche di tipo III-IV provocando una sensazione di dolore in particolare al movimento ed alla palpazione.

Tutto questo di solito non avviene in tutto il muscolo ma solo in una parte di esso, quella che è stata sottoposta a maggiori tensioni. Successivamente l’infiammazione si diffonde nel resto del tessuto muscolare ed è per questo che il dolore nei muscoli grandi (come i quadricipiti) raggiunge il picco dopo 48h, perchè dopo 24h l’infiammazione è diffusa solamente nelle zone molto danneggiate con un sintomo dolorifico quindi limitato mentre gradualmente l’anfiammazione si diffonde in tutto il muscolo aumentando quindi anche la sensazione di dolore.

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DOMS

DOMS ED ESERCIZIO FISICO

Non esistono controindicazioni provate scientificamente nell’allenarsi con la presenza di DOMS, anzi in letteratura studi confermano che non si va ad inficiare negativamente sulla supercompensazione e non causa sovrallenamento.

E’ fondamentale sottolineare che il livello di DOMS non è proporzionale al danno muscolare infatti la presenza del DOMS non riflette l’entità e l’ampiezza del danno muscolare indotto dall’allenamento. In altre parole, il DOMS, effettivamente, non è un indicatore diretto del danno muscolare, e l’intensità della sua percezione non è proporzionale al danno, perchè può essere influenzata da fattori psicologici, nervosi, alimentari e di stress.

La ricerca spasmodica di questi dolori post-allenamento, in particolar modo nei bodybuilder, è considerata insensata poichè non è sicuramente indice di un buon o cattivo allenamento.

COME INTERVENIRE

Non ci sono molti strumenti per intervenire sui DOMS e secondo me non sarebbe neanche intelligente usarne. In primo luogo perchè rappresentano una risposta dell’organismo a delle lesioni e ci indicano che è in atto un processo di ricostruzione muscolare ed è bene quindi lasciare al corpo il tempo necessario per tornare all’omeostasi perchè, pur non essendo un indice diretto di quantità di danno muscolare, è pur sempre un indice del livello infiammatorio.

L’integrazione alimentare non ha dimostrato risultati eclatanti, in particolar modo la vitamina C, che ha la funzione di abbassare il livello di radicali liberi anch’essi causa dei DOMS, è inefficace come tutti gli antiossidanti principali.

Ci sono degli studi con ancora un’evidenza limitata che indicano i BCAA, la citrullina malato e la glutammina come i pricipali amminoacidi in grado di ridurre i DOMS, come anche la caffeina.

Lo stretching, non è assolutamente un rimedio e non previene i DOMS.

FONTI:www.lascienzainpalestra.it , Preparazione Atletica e Riabilitazione (casa editrice CGEMS)

CONTRATTURE MUSCOLARE

Una delle problematiche affligge lo sportivo è la presenza costante di contratture muscolari. Ma cos’è una contrattura? Una contrattura muscolare è un’alterazione quantitativa e qualitativa dello stato tensionale di base di uno o più gruppi muscolari, che si verifica con un aumento della stessa con una rigidità ed ipertonia del muscolo coinvolto.

Lo stato tensionale di base di un gruppo muscolare è caratterizzato normalmente da:

  • Contrazione a riposo “molle” alla palpazione;
  • Assenza di dolore a riposo, alla palpazione ed alla mobilizzazione;
  • Minima tensione all’estremità sia a riposo sia alla mobilizzazione caratterizzata da solo una lieve messa in tensione dei tendini.

Uno stato contratturale è un’alterazione quantitativa e qualitativa dello stato tensionale di base di uno o più gruppi muscolari, caratterizzato da:

  • indurimento palpabile con varia dimensionalità (nel muscolo in toto o solo in alcune fibre) e con varia temporalità (di breve durata o lunga durata);
  • dolore alla palpazione o a riposo (locale o riferito) ed alla mobilizzazione;
  • aumento della stifness attiva, ossia la resistenza del muscolo al movimento.

Genesi di una contrattura

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Tipi di contratture

Esistono numerosi tipologie di stati contratturali classificati in letteratura in ambito muscoloscheletrico.

  • Contratture Muscolari:
    Contratture da stiramento;
    Spasmo;
    Contratture antalgiche;
  • Trigger Point;
  • Crampo muscolare;
  • Contrazioni di difesa.

Esistono poi stati contratturali di natura neurologica come ipertono e reazione abnorme allo stiramento che non andremo a trattare. Anche i Trigger Point ed i Crampi non saranno trattati perchè verrà dedicato uno spazio a parte.

Contratture muscolari

C’è una grande confusione terminologica sulla definizione di contratture muscolare. In letteratura la più usata indica:

uno stato di contrazione permanente e continua in assenza di potenziali d’azione

Le cause possono essere di natura meccanica o metabolica, anche se non si è ancora certi con precisione è possibile dividerle in:

  • eccessivo esercizio eccentrico;
  • overuse/overload;
  • lesione articolare.

Le contratture muscolari rappresentano un atto di difesa del nostro organismo, in questo caso del muscolo, ad un eccessivo stiramento che potrebbere ledere il tessuto; in caso di eccessivo esercizio eccentrico, infatti, potrebbero presentarsi delle contratture da stiramento che hanno proprio la funzione di evitare che il muscolo vada oltre il suo limite fisiologico e si danneggi. Inoltre un’eccessiva attività in contrazione eccentrica causa lesioni della membrana plasmatica, del sarcolemma, dei tubuli T e del reticolo sarcoplasmatico creando un’entrata in eccesso di Ca++ ed uno stato di continua contrazione in assenza di potenziali d’azione come nel caso dei DOMS, a cui l’aumento del stato di contrazione basale del muscolo è associato a dolore ad insorgenza ritardata a causa dell’infiammazione diffusa dovuta a tutti questi microtraumi.

Possono inoltre presentarsi delle contratture muscolari in caso di overload o overuse dei tessuti muscolari dovuti a squilibri muscolari, alterazioni posturali o semplicemente per dei sovraccarichi. L’overuse è, in parole semplici, un uso eccessivo ed anormale di un muscolo e può essere causato da squilibri ed alterazioni posturali che causano un anormale timing di attivazione dei muscoli nei gesti funzionali sovraccaricandone alcuni rispetto ad altri. L’overload non si discosta molto, poichè rappresenta un carico eccessivo della struttura muscolare che può derivare o da un semplice sovraccarico in un esercizio muscolare o anch’esso da squilibri muscolari e posturali che concentrano il carico in determinate strutture rispetto ad altre. Queste condizioni causano difficoltà a rilasciare completamente la muscolatura creando quindi ischemia ed ipossia localizzata che determina una contrattura muscolare.

Le lesioni articolari possono causare anch’esse delle contratture muscolari nei muscoli coinvolti nel movimento di quell’articolazione. Una lesione infatti causa inibizione artrogenica di questi muscoli e quindi un deficit muscolare. Il dolore inoltre impone un atteggiamento antalgico spesso in contrazione che determina una contrattura muscolare.

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Cosa fare?

Quasi tutte le contratture muscolari si risolvono spontaneamente in meno di una settimana. E’ possibile però velocizzare il processo con dei semplici suggerimenti. Innanzitutto, capendo che una zona contratta è una zona sottoposta ad ischemia locale ed ipossia dovremo assumere tutti quegli atteggiamenti che ci permettano di favorire l’afflusso di sangue e quindi l’ossigenazione del tessuto. Può essere utile infatti svolgere della blanda attività aerobica coadiuvata da degli esercizi di stretching per allungare la muscolatura. Attenzione però che un allungamento di una struttura contratta potrebbe peggiorare il suo stato di contrazione perchè spesso è sensibilizzata al riflesso di stiramento e prima di porre un muscolo in allungamento potrebbe essere utile risolvere la contrattura manualmente.

E’ possibile farlo con delle tecniche di rilassamento, con massaggi decontratturanti, con strumenti esterni come il foam roller o attraverso delle compressioni ischemiche della zona interessata che, creando un’ischemia localizzata, favoriscono una iperemia reattiva successiva (aumento del flusso sanguigno), perfondendo quindi i tessuti di sangue ed ossigenandoli. Non è facile fare tutto questo autonomamente, è vivamente consigliato di affidarsi a dei fisioterapisti qualificati laureati (chiedi di farti mostrare la laurea dalla persona a cui ti affidi, saranno molto felici), anche per un discorso di sicurezze assicurative, in caso di danno solo un professionista sanitario può essere coperto e risarcirti. Lo è consigliato ancor di più in caso di stati contratturali da lesione articolare.

Per quanto riguarda l’autotrattamento merita una nota a parte l’utilizzo dei foam roller che permettono di rilassare le piccole contratture tipiche dell’esercizio fisico e possono giovare molto anche con solo 10-15 minuti di autotrattamento al giorno

fonti:

NOVITA’ SUL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

Interessante intervento del collega  Samuele Passigli (Fisioterapista, MSc, OMT) dal titolo:

“E’ tempo di essere onesti sui risultati della ricostruzione del legamento crociato anteriore”

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Fino a 10 anni fa gli ortopedici assicuravano ai pazienti con una lesione del legamento crociato anteriore (LCA) un risultato eccellente nel 90-95% dei casi con la ricostruzione chirurgica e, purtroppo, questa informazione può ancora essere ascoltata in qualche ambulatorio. I recenti studi che hanno valutato il ritorno allo sport, il rischio di subire una lesione del neolegamento o una lesione del LCA controlaterale e la scelta del trapianto hanno mostrato come lo scenario immaginato sia in realtà meno roseo.

Nello studio prospettico di Walden et al (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27034129), dove sono stati seguiti 78 club professionisti di calcio per 4 anni, sono state riportate 140 lesioni complete del LCA. Prima di completare la riabilitazione, 5 pazienti hanno avuto una lesione del neolegamento e 4 pazienti una lesione del LCA controlaterale. A 3 anni, l’86% dei soggetti giocavano a calcio, ma solo il 65% aveva ripreso l’attività sportiva al livello precedente l’infortunio. Quindi, se un paziente ci chiede quale sarà la probabilità di ritornare allo sport al livello prelesionale, dovremmo rispondere 65% e non 95%.
La revisione con meta-analisi di Wiggins et al. (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26772611) ha indagato il rischio di una recidiva e di una lesione del LCA in giovani atleti dopo la ricostruzione del LCA. Gli autori hanno mostrato un allarmante rischio del 7% di recidiva e dell’8% di lesione del LCA controlaterale. Questo rischio totale del 15% aumenta al 23% per gli atleti con meno di 25 anni. Nonostante lo studio di Wiggins presenti numerosi limiti, gli autori mostrano che i risultati nei giovani atleti possono non essere eccellenti nel 90-95% dei casi come storicamente promesso. Il 25% circa dei soggetti (un atleta su 4) avrà un nuovo infortunio importante dopo la ripresa delle attività sportive.
Il risultato dopo la ricostruzione del LCA non deve essere valutato solamente con la stabilità post-operatoria del ginocchio, ma anche con la capacità dell’atleta di riprendere l’attività sportiva al livello precedente. Considerare questi aspetti potrà permettere di migliorare il nostro lavoro nella prevenzione di un nuovo infortunio e nell’ottimizzazione del ritorno allo sport.

I programmi preventivi, basati sul training neuromuscolare, sono efficaci nella prevenzione delle lesioni del LCA e, di conseguenza, dovrebbero essere incorporati nella riabilitazione post-chirurgica per ridurre il rischio di un nuovo infortunio. Un altro aspetto molto importante è rappresentato dalla psicologia del ritorno allo sport (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25293342, http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25157180).

Riportare i risultati di questi studi permetterà agli atleti di essere completamente informati sui rischi e sui benefici dell’intervento chirurgico, oltre che fornire una solida base per gli studi futuri sull’ottimizzazione dei risultati, compresa la prevenzione di un nuovo infortunio.