INAUGURAZIONE NUOVO STUDIO

Finalmente posso dirlo:

BENVENUTI NEL MIO NUOVO STUDIO.

A partire da lunedi 27 gennaio sarò operativo in Via Molino, 43 a San Silvestro di Curtatone.

Un cambio di ambiente per migliorare la mia proposta fisioterapica basandomi su terapia manuale ed esercizio terapeutico che secondo le evidenze scientifiche sono, ad oggi, i migliori trattamenti per le problematiche muscoloscheletriche (qui puoi capire meglio quello che io propongo)

Colgo l’occasione per ringraziare mia moglie Maddalena, tutti gli amici, i miei genitori, mia sorella Marta e i miei cognati Leonardo ed Alberto per tutto l’aiuto e il supporto di questi mesi.

Inoltre ringrazio gli artigiani/imprese che, nonostante il poco preavviso, hanno lavorato duramente presso lo studio:

  • Emanuele Mossini Impianti Elettrici
  • Gabriele Bombana Tinteggiatura
  • Termoidraulica srl
  • Clean & Clean Impresa di pulizie

Per vedere tutte le novità, TI aspetto all’inaugarazione che avverrà sabato 8 febbraio dalle ore 17:00

LESIONE MUSCOLARE: MINI GUIDA PRATICA

La lesione muscolare è molto frequente, in particolare nella popolazione sportiva. Nonostante la loro elevata incidenza però i progressi nei criteri diagnostici – clinici e di imaging, le loro strategie di gestione e di riabilitazione sono ancora dibattute in letteratura. 

Lesione muscolare: cause

Le lesioni muscolari solitamente si determinano o a causa di un movimento di una parte del corpo tale da indurre un trauma, che chiameremo trauma “indiretto”, oppure come conseguenza di un colpo incidente su un tessuto muscolare, trauma “diretto”.

La sede in cui si localizza la lesione può variare a seconda della tipologia di trauma che la provoca: si localizza nel sito dell’impatto quando il trauma al muscolo è diretto, viceversa, nel trauma indiretto, è solita presentarsi nel passaggio tra tendine e muscolo o all’estremità del ventre muscolare.

Classificazione

Uno dei sistemi che gode di maggiore consenso in letteratura scientifica è la cosidetta “Classificazione di Monaco”, ovvero di un sistema ampiamente condiviso dalla comunità scientifica che utilizza una nuova terminologia e classificazione delle lesioni muscolari nell’ambito sportivo. Tale classificazione è stata adottata e pubblicata successivamente all’approvazione di diversi esperti internazionali, del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e dell’Unione delle Associazioni Calcistiche Europee (UEFA), con il fine di stabilire una definizione condivisa  e uniforme tra gli operatori sanitari internazionali.

Secondo la Classificazione di Monaco le lesioni conseguenti a un trauma diretto, sono:

  • la contusione, che consiste in un colpo diretto provocato da un avversario sportivo o da uno strumento correlato allo sport;
  • la lacerazione che deriva da un impatto contro una corpo tagliente (6).

Le lacerazioni non sono ulteriormente classificate, a differenza delle contusioni che possono invece essere suddivise in lievi, moderate e gravi, dipendentemente della disabilità funzionale che producono.

Le lesioni muscolari indirette, come si è detto, non sono causate da alcun tipo di impatto. Possono essere generate da una singola contrazione o dall’effetto cumulativo di più contrazioni. La contrazione eccentrica è una delle principali cause di tale tipologia di lesione, quale conseguenza delle maggiori forze prodotte rispetto all’attività isometrica o concentrica.

Le lesioni muscolari indirette si suddividono in quattro tipologie, sulla base di quanto evidenzia l’esame strumentale con risonanza magnetica:

  • I tipi 1 (classificate come 1a e 1b) e 2 (classificate come 2a e 2b), chiamate lesioni di tipo “funzionale” o “non strutturali”, sono le più comuni e determinano oltre il 50% delle interruzioni dell’attività sportiva e dell’allenamento, provocano un’alterazione funzionale senza evidente danno strutturale. Se trascurate e non trattate adeguatamente possono però degenerare in uno stadio più grave. Le lesioni non strutturali possono essere causate da eccessiva fatica e da movimenti insoliti ai quali non si è abituati . I cambiamenti nei protocolli di allenamento o le variazioni delle superfici sulle quali si pratica uno sport e l’intensità con il quale viene svolto, possono facilitare l’insorgenza delle condizioni che causano la lesione. Spesso possono derivare da contrazioni eccentriche eccessive e prolungate nel tempo .
  • La lesione di tipo 2A è principalmente associata ad alterazioni spinali, spesso mal diagnosticate, come ad esempio i disturbi intervertebrali minori che irritano il nervo spinale, alterando il controllo del tono muscolare. La lesione di tipo 2B deriva da un disordine del sistema neuro-muscolo-scheletrico. Uno squilibrio dei meccanismi neuromuscolari può compromettere il controllo del tono e indurre disturbi. Ciò si verifica quando il sistema di inibizione dei muscoli agonisti si vede alterato (diminuito) e il muscolo agonista viene contratto eccessivamente al fine di compensare.
  • I tipi 3 e 4 rappresentano invece lesioni strutturali che possono essere classificate come lievi (tipo 3a), moderate (Tipo 3b) o complete (Tipo 4). Queste sono meno comuni rispetto a quelle funzionali e (sempre secondo la classificazione di Monaco) vengono suddivise in tre sottogruppi, in base all’entità della lesione. Una lesione di tipo 3A è una lesione parziale minore; una lesione di tipo 3B è una lesione parziale moderata; una lesione di tipo 4 è una lesione sub-totale che interessa il muscolo nella sua totalità o per una parte comunque superiore al 50%.

Lesione muscolare: sintomi

I segni e i sintomi che possono presentarsi a seguito di una lesione muscolare sono variabili e dipendono dell’entità della lesione medesima ma anche da altri numerosi fattori che possono agire nella capacità percettiva della persona interessata.

Nella lesione contusiva solitamente l’insorgenza del dolore è immediata, il colpo è diretto e i sintomi aumentano in misura correlata alle dimensioni e all’entità dell’ematoma. Il range di movimento attivo si riduce e al paziente è normalmente impedito di continuare a svolgere l’attività fisica, l’allenamento o la competizione nella quale è impegnato.
Nelle lesioni non strutturali i pazienti lamentano indolenzimento, pesantezza e rigidità muscolare che di solito aumentano con l’esercizio e spesso sono presenti anche a riposo.

Alla palpazione è possibile che il paziente riferisca sensibilità e dolore di alcuni fasci del muscolo.

Nel dolore muscolare a insorgenza ritardata (DOMS), il Tipo 1B, il dolore di solito si manifesta a riposo, alcune ore dopo l’attività sportiva. L’intero muscolo risulta rigido e sensibile alla palpazione. Negli infortuni di tipo 2B è presente un aumento del tono muscolare e i pazienti frequentemente riferiscono crampi. A volte, questi ripetuti disturbi neuromuscolari legati alla fatica, possono indicare patologie muscolari subcliniche, che emergono in seguito a protocolli di allenamento a carico intenso.

Una lesione parziale minore (Tipo 3A) è caratterizzata invece da un dolore acuto, provocato da un movimento specifico. Il sintomo è ben localizzato, facile da apprezzare alla palpazione e, alle volte, preceduto da una sensazione di scatto. Alla palpazione non è possibile rilevare il difetto strutturale in quanto troppo piccolo e la contrazione, contro la resistenza manuale, risulta dolorosa. Anche in una lesione parziale moderata (Tipo 3B) il dolore acuto si produce attraverso un movimento specifico e risulta ben localizzato. A questi sintomi si associa la disabilità funzionale, che talvolta impedisce all’atleta di eseguire alcuni gesti o movimenti. In taluni casi, durante la palpazione, più frequentamente dopo qualche ora dall’infortunio, è possibile apprezzare il difetto strutturale, con possibile evidenza di ematoma. In questi casi l‘allungamento delle fibre muscolari risulta provocare un dolore acuto e la contrazione contro resistenza è solitamente impossibile.

Rotture subtotali / totali o avulsioni tendinee (Tipo 4) si presentano con dolore sordo e opprimente esacerbato da un movimento specifico; lo scatto e la disabilità funzionale compaiono immediatamente. L’interruzione delle fibre muscolari spesso può essere palpata e si sviluppa precocemente un ematoma. La funzione dell’unità muscolo tendinea lesionata è totalmente persa e spesso si vede necessario il trattamento chirurgico.

Di seguito un elenco dei sintomi più frequenti della lesione muscolare:

  • insorgenza improvvisa di dolore
  • dolore
  • range di movimento limitato
  • alterazioni cutanee come lividi e/o ematomi
  • gonfiore
  • sensazione sgradevole descritta come “annodatura” nei pressi del muscolo lesionato
  • spasmi muscolari
  • rigidità
  • debolezza
  • perdita funzionale della struttura

Lesione muscolare: diagnosi

La diagnosi di lesione muscolare si basa principalmente sull’anamnesi e sull’esame clinico del paziente.

Tra le tecniche di imaging utilizzabili per la diagnosi della lesione muscolare, quella dell’ecografia è la più economica e rapida da eseguire, consente la stadiazione di quasi tutte le lesioni muscolari, la valutazione della loro evoluzione e delle loro eventuali complicanze.

La risonanza magnetica è richiesta solo in pochi casi, in quanto l’ecografia non consente di valutare i tessuti più profondi e presenta una sensibilità bassa per le lesioni di piccola entità. La sensibilità (capacità del test di identificare i soggetti che presentano una patologia) dell’ecografia per le lesioni non strutturali è infatti del 77% a fronte del 93% per quelle strutturali. Ciò dipende, ragionevolmente, dal fatto che, nel trauma di minore entità, la capacità diagnostica dell’ecografia sia ridotta a causa della scarsa presenza di segni clinici all’interno della fibra muscolare.

La risonanza magnetica è uno strumento diagnostico di maggiore precisione rispetto all’ecografo. Questa consente di rilevare anche cambiamenti minimi, con una sensibilità del 92% per le lesioni non strutturali. Per la sua capacità panoramica, consente una valutazione dei muscoli più profondi, difficili da analizzare attraverso l’ecografia.

In conclusione, l’ecografia è l’approccio di diagnosi per immagine più economico, rapido da eseguire, di semplice esecuzione. Tuttavia, a causa della sua moderata sensibilità e limitata funzionalità, deve essere sostituito o combinato alla risonanza magnetica nei casi in cui sia necessario, quali: fornire una prognosi per lesioni non strutturali; escludere un infortunio strutturale in pazienti nei quali anamnesi clinica ed ecografia sono discordanti; valutare muscoli profondi e quindi difficili da esaminare con l’ecografia; quando si sospetta un coinvolgimento tendineo o avulsioni osso-tendinee nelle lesioni muscolari subtotali o complete.

Lesione Muscolare: trattamento

La maggior parte dei traumi muscolari risponde bene al trattamento fisioterapico, che deve comunque essere adeguato alla fase dell’infortunio.

Trattamento nella fase acuta

La letteratura indica, nel periodo immediatamente seguente all’infortunio e nei i successivi 2-3 giorni, l’utilizzo della terapia locale con il ghiaccio in combinazione con un esercizio fisico moderato (esercizi di mobilità o stretching). Nel caso di gravi lesioni possono essere indicati ausili utili alla protezione della zona infortunata come, nel caso di una lesione di grande entità ad un muscolo dell’arto inferiore, le stampelle. Il protocollo PRICE (Protection Rest Ice Compression Elevation) negli ultimi anni è stato molto utilizzato nelle fasi iniziali, una volta accertata la lesione.
Attualmente però la comunità scientifica concorda nell’attuazione del protocollo “POLICE” (Protection Optimal Load Ice Compression Elevation) (13). Il carico ottimale, in alternativa al riposo, è la variante che rende questo approccio più efficace nella tipologia di lesione in esame. Infatti la letteratura è concorde nell’affermare che un programma riabilitativo debba preferire al riposo un’attività equilibrata e di intensità progressiva, introducendo gradualmente stress meccanici controllati, diversi a seconda della sede interessata, oltre a prestazioni atletiche che coinvolgano i muscoli interessati.
Nella fase acuta il muscolo infortunato deve essere protetto da carichi/lavori eccessivi che potrebbero compromettere, o rallentare, il processo di guarigione. Il ghiaccio, o la crioterapia in genere, viene utilizzato per il suo effetto a livello vascolare e di riduzione del dolore, nota la sua capacità di agire su determinati recettori che incide nel migliormento a breve termine della sintomatologia del paziente. La compressione limita la diffusione dell’edema da stravaso di liquidi dai vasi lesi all’interno del sito della lesione. Il sollevamento dell’area colpita, invece, riduce la pressione locale e il sanguinamento, favorisce il drenaggio dell’essudato infiammatorio, attraverso il sistema linfatico e riduce l’edema e le relative complicanze.

In questa e nel resto delle fasi che compongono la riabilitazione della lesione muscolare, la terapia manuale, l’educazione al dolore basata sula neuroscienza, coì come il linfodrenaggio e i tape compressivi/funzionali, possono risultare efficaci nel migliorare le condizioni del paziente e ottimizzare gli effetti della riabilitazione.

Trattamento nella fase sub-acuta

L’esercizio fisico risulta centrale nell’approccio terapeutico relativo alla fase sub-acuta. L’attività deve prevedere, gradualmente e in maniera controllata, le diverse tipologie di contrazioni muscolari e può coinvolgere esercizi per la stabilità e l’equilibrio.

In questa fase, oltre all’approccio terapeutico con terapia manuale, educazione e linfodrenaggio, è possibile introdurre la mobilizzazione neurale (o neurodinamica) che risulta utile nel migliorare la sintomatologia del paziente e la sua capacità di movimento.

Trattamento nella fase di riabilitazione funzionale e ricondizionamento atletico

Questa fase della riabilitazione consiste nel ri-condizionamento per lo sport e ha come cardine centrale l’esercizio fisico individualizzato per il paziente e specifico per lo sport che svolge.

La letteratura è concorde nel privilegiare la gestione conservativa della lesione muscolare che, comunque, deve essere adattata alla struttura coinvolta e alle sue caratteristiche anatomiche.

Ad esempio, nel recupero di una lesione muscolare degli arti inferiore, risulta particolarmente adatta l’inclusione di esercizi che si focalizzino sulla contrazione eccentrica del muscolo (un tipo di contrazione del muscolo), nel rispetto dei limiti e della tolleranza del paziente. E’ accertata inoltre l’utilità della pratica di esercizi pliometrici che includano l’attività del muscolo leso.

Nei casi di rotture subtotali o totali spesso si vede necessario invece l’approccio chirurgico.

Strappo muscolare: come impostare gli esercizi?

Esercizi nella fase acuta

Gli studi valutano un’ opportuna introduzione moderata di esercizi nella fase acuta della riabilitazione di una lesione muscolare. L’esercizio, in quella fase della lesione, può prevedere semplici movimenti di mobilità e di allungamento muscolare, nei limiti della tolleranza del soggetto e prevedendo un’intensità progressiva, con l’introduzione graduale e controllata degli stress meccanici dei movimenti, determinati dai muscoli coinvolti.

Esercizi nella fase sub-acuta

L’allenamento isometrico, meno stressante rispetto ad altre forme di allenamento, deve essere introdotto per primo in questa fase della riabilitazione. Gli esercizi concentrici ed eccentrici possono invece essere posticipati ed iniziati quando un moderato allenamento isometrico (una contrazione muscolare che non comporta movimento) può essere eseguito senza dolore. Anche in questa fase del recupero è bene rispettare una certa gradualità nella progressione dell’allenamento fisico: gli esercizi inizialmente dovrebbero essere eseguiti senza resistenza, il carico dovrebbe essere progressivamente aumentato ed i carichi stressanti eccentrici isotonici dovrebbero essere introdotti solo quando l’allenamento concentrico risulti ben tollerato dal paziente. In letteratura sono presenti diversi studi che valutano, come utile ed efficace nella fase sub-acuta, anche l’esecuzione di esercizi motorio-sensoriali, diretti all’allenamento dell’equilibrio e di esercizi per la stabilità, diretti invece al controllo posturale e neuromuscolare.

Esercizi nella fase di riabilitazione funzionale e ricondizionamento atletico

In questa fase della riabilitazione, secondo la letteratura, è opportuno coinvolgere protocolli di allenamento di graduale maggiore intensità individualizzati per il paziente e specifici per l’attività sportiva svolta dal soggetto.

E’ necessario concentrarsi sul miglioramento delle capacità motorie, come la resistenza e la forza muscolare, con l’obiettivo di ricondizionare il paziente ai gesti atletici previsti nel suo sport.

Per tale motivo è indicata l’introduzione di esercizi pliometrici, balistici e isoinerziali, con lo scopo di raggiungere capacità fisiche sufficienti ad eseguire ripetutamente i movimenti specifici dello sport, incluso quello che ha causato l’infortunio.

Ritorno allo sport

Una volta che il paziente è in grado di ripetere i gesti e le attività tipiche della sua attività sportiva, può tornare (con la dovuta gradualità) alla piena attività sportiva.

Lesione muscolare: tempi di guarigione

I tempi di guarigione delle lesioni muscolari, da lievi a moderate, di solito sono di poche settimane, da 1 a 4. Lesioni di grave entità invece possono richiedere anche 9-12 mesi per guarire completamente.

La localizzazione e la gravità della lesione, sulla base dei risultati dell’esame iniziale e dell’imaging, sono utili per stimare la durata della riabilitazione e il tempo di recupero del paziente.

In particolare, è stato dimostrato che i seguenti fattori incidono negativamente sul recupero del soggetto, rendendo la sua convalescenza più lunga:

  • coinvolgimento del tessuto tendineo;
  • vicinanza della lesione alla struttura ossea;
  • aumento della lunghezza
  • area di sezionale della lesione .

Conclusione

Gli infortuni muscolari sono molto diffusi nella popolazione. La loro diagnosi deve basarsi principalmente sull’anamnesi, l’esame cinico e le tecniche di imaging, utili per classificare e fornire un’adeguata proprosta di trattamento della lesione della lesione. La maggior parte delle volte possono essere trattate in modo conservativo con risultati eccellenti. L’approccio terapeutico deve essere differenziato a seconda della fase dell’infortunio e basarsi principalmente sull’esercizio di intensità progressiva. Solo nei casi più gravi si deve ricorrere alla chirurgia.

Bibliografia

  1. Maffulli N, Del Buono A, Oliva F, Giai Via A, Frizziero A, Barazzuol M, Brancaccio P, Freschi M, Galletti S, Lisitano G, Melegati G, Nanni G, Pasta G, Ramponi C, Rizzo D, Testa V, Valent A. Muscle Injuries: A Brief Guide to Classification and Management. Transl Med UniSa. 2014 Sep 1;12:14-8. PMID: 26535183; PMCID: PMC4592039.
  2. Grassi A, Quaglia A, Canata GL, Zaffagnini S. An update on the grading of muscle injuries: a narrative review from clinical to comprehensive systems. Joints. 2016 Jun 13;4(1):39-46. doi: 10.11138/jts/2016.4.1.039. PMID: 27386446; PMCID: PMC4914372.
  3. Tak I PhD, MScPT, Langhout R MMT PT, Bertrand B MScPT, Barendrecht M MPTS, Stubbe J PhD, Kerkhoffs G PhD, MD, Weir A PhD, MBBS. Manual therapy and early return to sport in football players with adductor-related groin pain: A prospective case series. Physiother Theory Pract. 2020 Sep;36(9):1009-1018. doi: 10.1080/09593985.2018.1531096. Epub 2018 Oct 11. PMID: 30307775.
  4. Maguire N, Chesterton P, Ryan C. The Effect of Pain Neuroscience Education on Sports Therapy and Rehabilitation Students’ Knowledge, Attitudes, and Clinical Recommendations Toward Athletes With Chronic Pain. J Sport Rehabil. 2019 Jul 1;28(5):438-443. doi: 10.1123/jsr.2017-0212. Epub 2018 Oct 15. PMID: 29405811.
  5. Heiderscheit BC, Sherry MA, Silder A, Chumanov ES, Thelen DG. Hamstring strain injuries: recommendations for diagnosis, rehabilitation, and injury prevention. J Orthop Sports Phys Ther. 2010 Feb;40(2):67-81. doi: 10.2519/jospt.2010.3047. PMID: 20118524; PMCID: PMC2867336.
  6. Erickson BJ, Petronico N, Romeo AA. Approach to Latissimus Dorsi and Teres Minor Injuries in the Baseball Pitcher. Curr Rev Musculoskelet Med. 2019 Mar;12(1):24-29. doi: 10.1007/s12178-019-09532-y. PMID: 30707407; PMCID: PMC6388571.

MEDIAL TIBIAL STRESS SYNDROME (MTSS)

La Medial Tibial Stress Syndrome nota con l’acronimo MTSS è stata la patologia che ho studiato per la tesi del Master in fisioterapia muscoloscheletrica.
È un disturbo ancora poco compreso, infatti la sua eziologia (ovvero le cause) è ancora molto dibattuta, e questo rende la diagnosi e gestione del problema ancora non certi.

Quello che la ricerca ci permette di sapere è che è un disturbo che colpisce soprattutto i corridori, in particolare chi è alle prime armi, ed è la causa del 35% di tutti gli infortuni agli arti inferiori su base non traumatica.

Vediamo nel dettaglio, come gestire la MTSS.

Diagnosi

Si basa su anamnesi ed esame obiettivo. Il paziente racconta di un dolore  lungo il bordo postero-mediale nei 2/3 della tibia (per almeno 5 cm) , indotto dall’esercizio fisico e presente durante e dopo l’attività fisica è con una risoluzione del dolore, mediamente, in 64 ore di riposo

Tramite la palpazione, lungo il bordo della tibia, può essere riprodotto il sintomo del paziente.

Le indagini diagnostiche (ecografia, rx etc) hanno unicamente lo scopo di eliminare eventuali altre patologie/cause, infatti nella MTSS è importante fare diagnosi differenziale, ovvero eliminare altre possibili cause del disturbo raccontato dal paziente

Cosa può fare un fisioterapista?

Innanzitutto può svolgere la propria diagnosi fisioterapica per inquadrare il caso e successivamente aiutare il paziente a una miglior guarigione. Ad oggi non sembra esserci un trattamento gold standard (ovvero il migliore) ma, come fisioterapisti muscolo-scheletrici possiamo

  • Tecniche di desensibilizzazione come trattamenti manuali o applicazioni di ghiaccio;
  • Esercizio terapeutico, in particolar modo volto al rinforzo dei flessori plantari di caviglia, questo anche a scopo preventivo;
  • Addestrare/educare il paziente sulla ripresa sportiva e sul corretto carico di lavoro (sia inteso come kilometraggio che come modalità). La corretta gestione permette anche di prevenire eventuali recidive.
  • Educare al paziente riguardo la prognosi/tempi di recupero che, normalmente, si aggirano su i 90 giorni per riprendere a correre con minimo dolore ma , in caso di sintomo presente da più di 3 mesi può estendersi fino a 9-12 mesi.
  • Terapie fisiche, tutori, bendaggi non hanno il supporto delle evidenze scientifiche

Bibliografia:
Winters, M.; Moen, M. H.; Zimmermann, W. O.; Lindeboom, R.; Weir, A.; Backx, F. J.; Bakker, E. W. The Medial Tibial Stress Syndrome Score: A New Patient-Reported Outcome Measure. Br. J. Sports Med. 2016, 50 (19), 1192–1199. https://doi.org/10.1136/bjsports-2015-095060


Winters, M.; Eskes, M.; Weir, A.; Moen, M. H.; Backx, F. J. G.; Bakker, E. W. P. Treatment of Medial Tibial Stress Syndrome: A Systematic Review. Sports Med. Auckl. NZ 2013, 43 (12), 1315–1333. https://doi.org/10.1007/s40279-013-0087-0.

Parliamo di…. Postura

Postura, la colpevole di tutti i mali. Ma è davvero cosi?
Negli ultimi anni i dolori sembrano essere causati unicamente dalla postura ma cosa dicono le ricerche a riguardo?
Di seguito vengono riportati alcuni consigli riportati nell’articolo pubblicato su JOSPT (una delle riviste più importanti del settore) dal titolo “Sit Up Straight: Time to Re-evaluate” di Slater D. et al (2019)

  1. Non esiste una singola postura “corretta”
    Nonostante le convinzioni comuni sulla postura, non vi sono prove che esista una postura ottimale o che evitare posture “errate” prevenga il mal di schiena.
  2. Le differenze nella postura sono un dato di fatto
    Confrontando le curve del rachide tra differenti soggetti, possiamo notare una naturale variabilità e diversità. Per questo motivo è difficile associare direttamente il dolore ad un particolare quadro posturale.
  3. La postura riflette credenze e umore
    La postura può fornire informazioni sulle emozioni, i pensieri e l’immagine del corpo di una persona. Alcune posture sono adottate come strategia protettiva e riflettere preoccupazioni relative alla vulnerabilità del corpo. Può essere utile/interessante comprendere le ragioni alla base delle posture preferite.
  4. Le posture più confortevoli sono sicure
    Le posture confortevoli variano da individuo a individuo. Esplorare posture diverse, comprese quelle frequentemente evitate, e cambiare posture abitudinali, può fornire sollievo dai sintomi
  5. La schiena è forte e ci possiamo fidare ad utilizzarla
    La colonna vertebrale è una struttura robusta e adattabile in grado di muoversi e caricare in sicurezza in una varietà di posture. Avvertenze comuni ,per proteggere la colonna vertebrale, non sono necessarie e possono portare a paure non motivate
  6. Sedersi non è pericoloso
    Stare seduti per più di 30 minuti nella stessa posizione non è pericoloso, nè dovrebbe essere necessariamente evitato. Tuttavia, movimento e cambiamenti della postura possono aiutare a prevenire sintomi come è altrettanto importante essere fisicamente attivi.
  7. “Non si può fare di tutta l’erba un fascio”
    Valutazioni posturali e del movimento non prevengono il dolore sul posto di lavoro. Infatti, continua lo studio, ognuno di noi ha un proprio stile di seduta e proprie modalità per sollevare carichi/pesi, questo a causa della naturale variabilità delle curvature del rachide, quindi, consigli su specifiche posture da adottare, muscoli da rinforzare (es. addominali) o l’utilizzo di tutori lombari non presentano, ad oggi, evidenze scientifiche.

    Cliccando qui troverai l’articolo originale.

Fisioterapia e Osteopatia sono differenti? Certo che si!!!

“Matteo ma tu sei Osteopata? Noo, ma  allora che differenza c’è tra te ed un Osteopata? “

Spessissimo i pazienti mi pongo questa domanda a causa della grossa confusione (disinformazione?!) che si aggira attorno a queste due professioni.

In questo breve articolo, cercherò di evidenziare le principali differenze tra le due discipline attenendomi unicamente a quanto previsto dalla legge. Mi preme specificare che non ho alcuna intenzione di demonizzare una o l’altra professione ma solamente di informare (collaboro con diversi Osteopati dove ognuno lavora nel proprio ambito d’appartenenza) .

Ecco qui un CONFRONTO tra i due profili di FISIOTERAPISTA e OSTEOPATA, con i rispettivi ambiti di competenza:

Profilo professionale FISIOTERAPISTA:
“Il fisioterapista è l’operatore sanitario, in possesso del diploma universitario abilitante (ora laurea di primo livello ndr) , che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli INTERVENTI DI PREVENZIONE , CURA e RIABILITAZIONE nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali CONSEGUENTI AD EVENTI PATOLOGICI, a varia eziologia, congenita od acquisita”

Profilo professionale OSTEOPATA:
“L’osteopata è il professionista sanitario, in possesso di laurea triennale universitaria abilitante o titolo equipollente e dell’iscrizione all’albo professionale, che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie interventi di PREVENZIONE e MANTENIMENTO DELLA SALUTE attraverso il trattamento osteopatico di disfunzioni somatiche NON RICONDUCIBILI A PATOLOGIE, nell’ambito dell’apparato muscoloscheletrico.”

Mettendoli a confronto su alcuni punti:

– entrambe sono PROFESSIONI SANITARIE


– l’osteopata si occupa del soggetto SANO (ovvero colui che ha disturbi “non riconducibili a patologie”) facendo prevenzione.
– anche il fisioterapista PUÒ occuparsi di prevenzione.

– l’osteopata NON PUÒ fare cura o riabilitazione;
– il fisioterapista PUÒ fare cura e riabilitazione.

– l’osteopata può trattare le “disfunzioni somatiche NON riconducibili a patologie”; quindi NON può trattare il patologico (infatti si occupa di “mantenimento della salute”).
– il fisioterapista PUÒ occuparsi di patologia (“conseguenti ad eventi patologici”).

– l’osteopata si occupa dell’AMBITO MUSCOLOSCHELETRICO,
– il fisioterapista si occupa di diverse AREE: motricità (“apparato muscoloscheletrico e sua funzione”), funzioni corticali superiori (“neurologico ovvero post lesioni/problematiche del sistema nervoso centrale”) viscerali (“es. fisioterapia polmonare o cardiologica” ).

Questo è quanto previsto dai decreti ministeriale che presentano i profili professionali (FISIOTERAPISTA , decreto 14 settembre 1994, n° 741; OSTEOPATA decreto 7 luglio 2021, n° 131)

Quindi, se ognuno pratica nelle proprie competenze, reputo che tra le due professioni ci possa essere una sana collaborazione.

PRESTAZIONI DELLO STUDIO

VALUTAZIONE FISIOTERAPICA

Prima di iniziare qualsiasi percorso terapeutico, è indispensabile e necessario effettuare una valutazione funzionale accurata che ci permetta di individuare, al di là della diagnosi, quale sia la disfunzione di movimento responsabile dei sintomi del paziente.

TERAPIA MANUALE

La Terapia Manuale rappresenta un campo di elevata specializzazione nell’ambito della fisioterapia. Pone le basi su valutazione individualizzata, ragionamento clinico, tecniche manuali altamente specifiche ed esercizio terapeutico: una tipologia di approccio basata sulle evidenze scientifiche e riconosciuta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Esistono diversi percorsi di formazione avanzata che permetto ai fisioterapisti di specializzarsi in terapia manuale, personalmente ho eseguito il master universitario OMPT (per ulteriori info clicca Vi spiego cosa sto studiando). Tale approccio fisioterapico può essere utilizzato in fase acuta (in seguito a un infortunio o trauma), in fase di dolore cronico e pre-post intervento chirurgico

ESERCIZIO TERAPEUTICO

Nella fisioterapia moderna ci si focalizza sempre meno sul trattamento inteso come mobilizzazione passiva, mentre viene contemporaneamente tenuto sempre più in considerazione il ruolo dell’attività fisica intesa come esercizio dosato sul paziente a scopo terapeutico. Spesso interpretato come semplice rinforzo muscolare, in realtà prevede un’attenta valutazione da parte del fisioterapista e l’elaborazione di un programma altamente personalizzato, al fine di sottoporre tutti i tessuti coinvolti allo specifico ed ottimale stimolo per la rigenerazione.

RIABILITAZIONE E RIATLETIZZAZIONE NELLO SPORTIVO

L’attività di riatletizzazione si esprime anche nella creazione di programmi di prevenzione e bilanciamento da affiancare alle normali attività sportive o da abbinarsi alle fasi di preparazione atletica all’inizio della stagione agonistica. Grazie all’esperienza maturata in diversi contesti sportivi ( pallavolo, calcio, rugby, tennis tavolo ecc.) e alle numerose collaborazioni con laureati in science motorie, cerco di accompagnare l’atleta nel processo di ritorno in campo dopo un periodo di stop ad esempio dovuto a traumi, infortuni o altro.

TRATTAMENTO E GESTIONE DEL DOLORE CRONICO

Il dolore è un segnale di allarme che il nostro Sistema Nervoso Centrale ci invia quando si sente minacciato. Da questo punto di vista perciò il dolore è da considerarsi un nostro alleato. Talvolta, però, questo sistema di allarme si sensibilizza arrivando a lanciare segnali di allarme anche in assenza di un vero pericolo. Quando questo si verifica, la persona inizia a sperimentare sensazioni di dolore persistente nel tempo e il dolore finisce per diventare un compagno sgradevole con cui condividere la quotidianità. Attraverso un percorso di educazione e apprendimento dei meccanismi del dolore, fisioterapia, esercizio attivo e lavoro multidisciplinare in equipe è possibile imparare a gestire condizioni a lungo termine e a renderle meno disabilitanti. 

TRATTAMENTO CEFALEE

Cefalee ed emicrania primaria possono essere un problema molto debilitante nella vita delle persone. La fisioterapia può essere un ottimo alleato, infatti, la ricerca scientifica nazionale e internazionale sta dimostrando con sempre maggior forza come un approccio corretto alle strutture cervicali, e in particolar modo al rachide cervicale superiore, sia in grado di ridurre enormemente l’impatto che questa patologia ha/può avere finisce sulla vita quotidiana.

RIABILITAZIONE TEMPORO-MANDIBOLARE

Dolori a livello dell’articolazione temporomandibolare, click articolari o difficoltà nell’apertura della bocca sono condizioni che normalmente vengono riferite al dentista.
Al lavoro di questi, è utile affiancare un percorso di Terapia Manuale ed Esercizio terapeutico che permetta di ridurre dolore e disfunzione, ottenere un recupero più completo e prevenire l’insorgenza di ulteriori problematiche. Da anni collaboro con odontoiatri/dentisti con i quali condivido la multidisciplinarietà dell’intervento terapeutico.

RIABILITAZIONE ORTOPEDICA

La riabilitazione ortopedica consiste in una serie di tecniche manuali e di esercizi da effettuarsi dopo un infortunio, prima e dopo un’operazione chirurgica in ambito ortopedico allo scopo del recupero funzionale di un arto o di un apparato corporeo

RIEDUCAZIONE POSTURALE

La Rieducazione Posturalechiamata impropriamente come ginnastica Posturale , è una metodica specifica che consta di una serie di esercizi atti a riequilibrare le tensioni muscolo-legamentose del corpo. In particolar modo, tramite un lavoro globale sul corpo, si agisce sulle zone più rigide e retratte che, nel tempo, possono causare errati compensi e dolore.

Vi spiego cosa sto studiando

In tanti, pazienti e non, mi stanno chiedendo cosa sto studiando e cosa mi porta il percorso di formazione che mi vedrà impegnato fino a fine 2023.

Semplicemente sto cercando di ottenere il titolo di orthopaedic manipulative therapist (OMPT), di seguito provo a spiegare cosa significa questo titolo da me tanto ambito.

Il Titolo OMPT viene conseguito unicamente tramite un percorso di Master Universitario di I livello (personalmente seguo il corso organizzato dall’Università di Bologna) conforme ai requisiti dell’IFOMPT (International  Federation of Orthopaedic Manipulative Physical Therapists), primo sottogruppo della WCPT (World Confederation for Physical Therapy), l’associazione mondiale dei fisioterapisti riconosciuta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Nell’ambito della fisioterapia muscoloscheletrica, tale titolo costituisce il più elevato grado di formazione, consentendo al professionista di ottenere completa autonomia nella valutazione e nel trattamento dei disturbi muscoloscheletrici stessi.

Il Fisioterapista OMPT (Orthopaedic Manipulative Physical Therapist), infatti, è un professionista altamente specializzato nella gestione delle condizioni neuro-muscolo-scheletriche – fondata sul Ragionamento Clinico – che si avvale di trattamenti specifici che includono Tecniche Manuali ed Esercizio Terapeutico, proposti in linea con le più recenti e disponibili acquisizioni della letteratura scientifica, consentendo di prendersi carico del paziente a 360°

In soldoni che cosa significa?

Questa specializzazione della fisioterapia permette al professionista di prendersi carico del paziente a 360° avvalendosi dei più appropriati, sicuri, efficaci ed efficienti metodi di valutazione e trattamento.

TENDINOPATIA: PARLIAMONE!

Innanzitutto dobbiamo chiarire una cosa: Il termine corretto è proprio tendinosi e NON tendinite!

Questo perché in passato si è comunemente pensato che si trattasse di una infiammazione al tendine.
In realtà la ricerca ha dimostrato che si tratta di una PATOLOGIA DA STRESS ECCESSIVO AL TENDINE che porta a una degenerazione dei tessuti. Da qui il cambio di nome.

QUALI SONO LE CAUSE?

Le principali cause per le tendinopatie possono essere a seguito di un trauma o di un sovraccarico funzionale del tendine sofferente. Per sovraccarico si intende un aumento dello stress allo stesso e questo può essere dovuto da varie cause come:

  • Aumento rapido dei pesi in palestra
  • Movimenti ripetuti
  • Esecuzioni di gesti sportivi in maniera errata
  • Esecuzione di lavori a cui non siamo abituati (es. Stirare, pitturare pareti, lavori di falegnameria etc)

SINTOMI

L’andamento tipico del dolore nelle Tendinopatia è:

  • dolore localizzato nel tendine (ad esempio: dolorabilità nella parte inferiore della rotula nella tendinopatia rotulea);
  • dolore che si presenta durante attività di accumulo e rilascio energetico (ad esempio: saltare nel caso della tendinopatia achillea);
  • dolore che diminuisce durante il riscaldamento e che può ripresentarsi il giorno seguente all’attività

COSA DICONO LE EVIDENZE SCIENTIFICHE?

  • riposo non aiuta a migliorare una tendinopatia.Sì, è vero, può farci percepire il dolore in maniera ridotta, ma con la ripresa dell’attività inevitabilmente ritornerà anche il dolore.
  • Gli anti-infiammatori non aiutano in quanto non si tratta di una vera e propria infiammazione.
  • Una tendinopatia è dovuta ad una serie di fattori di rischio tra cui:                     A) improvviso cambio in alcune attività.                                                          B) carichi che comprimono il tendine.
  • L’esercizio è il trattamento più efficace per recuperare dalla tendinopatia.
  • Modificare i carichi è una parte fondamentale nel recupero.
  • Le infiltrazioni di corticosteroidi dovrebbero essere EVITATE soprattutto perché rischiano di indebolire ulteriormente il tendine e renderlo più predisposto alla rottura.  Le infiltrazioni dovrebbero essere utilizzate nei casi refrattari all’intervento conservativo o nella gestione del dolore in associazione alla fisioterapia.Il trattamento DEVE essere personalizzato perché ognuno di noi risponde diversamente al carico.
  • Le tendinopatie rispondono molto lentamente all’esercizio, bisogna avere pazienza. Non esistono scorciatoie.

TRATTAMENTO

L’evidenza dimostrano come la fisioterapia muscoloscheletrica sia il trattamento più efficace per la guarigione da tale problematica. Si tratterà di un lavoro basato sia su tecniche manuali ma Soprattutto sull’ esercizio.

Infatti il tendine per guarire deve essere “caricato” in modalità corretta: troppo lavoro e il dolore aumenterà, poco lavoro e sarà tutto inutile

Non sarà un percorso semplice, infatti è stato dimostrato come mediamente il percorso dura 10-12 settimane.
Può sorgervi una domanda: “Ma quindi devo andare 3 mesi dal fisioterapista?”
NO, vuol semplicemente dire che per recuperare completamente devo
sapere che il mio percorso personale (con lavoro individuale che il paziente dovrà svolgere anche in autonomia) andrà avanti almeno 3 mesi ma che nel frattempo posso gradualmente continuare ad allenarmi.

Nel caso di sportivi (che non possono sospendere le attività perché impegnati in competizioni) sarà di fondamentale importanza aiutare l’atleta a capire quando possono proseguire e quando devono arrestare una sessione di allenamento. In poche parole bisogna fare educazione sul dolore.

CONCLUSIONI

Spero che queste informazioni vi abbiano dato un po’ di chiarezza in questo mondo delle tendinopatie.  Se sospetti di soffrire di questa patologia recati da un fisioterapista che saprà sicuramente aiutarti! Ricorda, un tendine non curato, oltre al dolore può andare incontro a rottura.

Nuova collaborazione!

Uno dei vantaggi di frequentare numerosi corsi, oltre alla formazione ottenuta, è il confronto che nasce tra i diversi punti di vista dei colleghi riguardanti il mondo della fisioterapia.
Dopo essersi incontrati al master (qui trovate info riguardo al corso universitario in questione che sto seguendo), a seguito di un’illuminante discussione, è sorta spontanea la mia richiesta di collaborare con la Dottoressa Claudia Bonato, la quale si presenta così:


Ho conseguito la laurea in fisioterapia nel novembre 2015 presso l’università degli studi di Brescia.
Nel 2021 ho terminato il master universitario di primo livello presso l’università degli studi di Pisa in:
Educazione e Riabilitazione Pelvi-Perineale“, e sono attualmente iscritta al Master “Terapia manuale muscolo-scheletrica ed esercizio terapeutico” presso l’Università degli studi di Bologna. Lavoro in libera professione occupandomi di riabilitazione del Pavimento Pelvico Femminile, Riabilitazione Ortopedica e dei disturbi Muscolo-Scheletrici.

La riabilitazione del Pavimento Pelvico ha lo scopo di prevenire, risolvere o attenuare i sintomi derivanti da patologie pelvi-perineali. È rivolta a donne, con problematiche legate sia ad ipotono, sia ad ipertono del pavimento pelvico.
Condizioni come: incontinenza urinaria, prolasso degli organi pelvici, disturbi pelvici post parto, diastasi addominale, difficoltà o impossibilità ad avere rapporti sessuali, cistiti post coitali, neuropatia del nervo pudendo, vulvodinia, dolore pelvico persistente sono tutte situazioni trattabili attraverso un percorso di riabilitazione specifica.”

Il desiderio di collaborare nasce soprattutto dalla sua notevole formazione nell’ambito della riabilitazione pelvi-perineale. La
Dottoressa tratta infatti problematiche che spesso riscontro tra i pazienti di cui mi occupo nella mia pratica clinica. Non essendo io totalmente formato in tale ambito, da molto ricercavo un/a collega a cui affidare chi soffre di disturbi simili.

Essendo il benessere generale dei pazienti la mia priorità, risulta fondamentale trovare le persone giuste con cui collaborare.

Fisio, mi sono rotto il “crociato” quando posso tornare a giocare?

Quando incontro per la prima volta un paziente che ha subito un intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore, la prima domanda che mi viene rivolta è: ma quando posso tornare in campo?

Domanda molto interessante e con tempistiche molto diverse, infatti nei nostri calciatori di Serie A il rientro in campo è circa di 6 mesi ma se guardiamo i cestisti NBA il rientro in campo è quasi un anno dalla lesione.

Fatta questa premessa vediamo cosa dice la ricerca scientifica a riguardo!

In uno studio sono stati analizzati 192 atleti, giovani e altamente attivi, nei 2 anni successivi ad intervento di ricostruzione di LCA (Legamento Crociato Anteriore) per identificare quali possono essere i fattori di rischio che causerebbero eventuali seconde lesioni del legamento ricostruito.

Il 28% dei soggetti in esame ha avuto un secondo infortunio al LCA, di cui la metà lo ha subito entro 7 mesi dal ritorno alla propria attività sportiva.
Questi dati sono in linea con risultati precedenti di un altro studio, che evidenziava inoltre come per ogni mese di attesa prima di tornare alle attività, dopo 8 mesi dall’intervento, il rischio di una seconda lesione si riduce di quasi il 30%.
Inoltre hanno evidenziato che per ogni mese di rinvio al ritorno allo sport, dopo 9 mesi dall’intervento, si riducevano tutti i tipi di lesione al ginocchio del 51%.

Ovviamente ogni iter riabilitativo è diverso da paziente a paziente.
Infatti, alcuni atleti, possono avere un recupero di forza e avere test per il ritorno allo sport molto positivi già ai 6 mesi. In questi casi sorge un dilemma clinico tra l’affidarsi unicamente ai test clinici per il ritorno allo sport o il seguire le tempistiche delle evidenze scientifiche. A mio avviso con gli atleti con un decorso clinico post-operatorio migliore in termini di forza e funzionalità, e che quindi potrebbero tornare precocemente alle competizioni, noi professionisti della riabilitazione dobbiamo essere cauti e chiari nell’esporre anche gli eventuali rischi nel tornare prima di 8 mesi alle attività.

Studi presi in considerazione:

Bodkin SG et al. (2021) Predicting ACL Reinjury from Return to Activity Assessments at 6-months Post-Surgery: A Prospective Cohort Study. J Athl Train
-Grindem H et al. (2016) Simple decision rules can reduce reinjury risk by 84% after ACL reconstruction: the Delaware-Oslo ACL cohort study. Br J Sports Med